L’industria del parto cesareo: Italia prima
di LUCIA PALMERINI
Quasi il 40 per cento dei parti avviene con taglio cesareo. Il dato pubblicato dall’organizzazione mondiale della sanità e confermato dal Ministero della Salute è a dir poco inquietante. In Europa l’Italia ha il triste primato nell’uso del cesareo, triste perché nella maggior parte dei casi non è dovuto ad una necessità medica ma a motivazioni economiche, alla scarsa qualità della sanità pubblica ed alla sua mala gestione, nonché alla inesistente informazione ed alla mancanza di supporto psicologico alle donne incinte.
Esaminate le percentuali di complicazioni che possono compromettere la vita o la salute del nascituro o della madre, l’OMS ha individuato un limite massimo pari a 20 parti su 100 in cui si ritiene necessario il cesareo. Se il numero di cesarei supera il 20 per cento significa che all’interno del sistema sanitario vi sono dei problemi o delle inefficienze. Questo limite in realtà è stato rialzato recentemente, in quanto il limite stabilito nel 1985 pari al 15 per cento era irrealizzabile per la maggior parte dei paesi e non teneva conto dell’aumento dei fattori di rischio in seguito all’innalzamento dell’età delle partorienti.
A fare peggio dell’Italia troviamo solo l’Iran, la Repubblica Dominicana, il Brasile e per ultima Cipro che vede il numero di cesarei superare addirittura quelli naturali, mentre la medaglia d’oro spetta all’Ucraina dove troviamo solo 10 cesarei su 100 parti. Nella tabella sono evidenziati in azzurro i paesi che si trovano al di sopra del 20 per cento, come Germania, Stati Uniti e Cina; a cavallo del limite vi sono Francia e Danimarca; sono invece in rosa quelli che rispettano il paletto del 20 per cento individuato dall’OMS, tra questi i paesi all’avanguardia in tema di politiche femminili come Svezia, Norvegia, Finlandia e Olanda.
La percentuale media di tagli cesarei nel mondo risulta del 15 per cento, in Africa sono l’1-2 per cento a causa della mancanza di strutture sanitarie adeguate, mentre in Asia sono circa il 9 per cento; le regioni dell’Est Europeo si attestano ad una media di 15 parti cesarei ogni 100 e risultano essere quindi in linea con la direttiva del’OMS. Genericamente i dati mostrano una proporzionalità diretta tra tagli cesarei e reddito, ovvero all’aumentare di quest’ultimo, vi è anche un incremento dei cesarei.
I rapporti annuali sulle attività ospedaliere italiane, mostrano un incremento costante nell’uso di tagli cesarei, fino a raggiungere quasi il 40 per cento nel 2011, con una situazione molto variegata a seconda della regione d’appartenenza. Nell’Italia settentrionale il ricorso al taglio cesareo è meno frequente mentre è elevato nel meridione: si va dal 23 per cento nella Provincia autonoma di Trento ed in Friuli-Venezia Giulia a quasi il 55 per cento in Sicilia ed il 62 per cento in Campania, con valori che superano il 40 per cento in Abruzzo, Lazio, Molise, Calabria, Basilicata e Puglia. Le motivazioni alla base di queste discrepanze sono di varia natura. In prima istanza la motivazione economica: un taglio cesareo viene considerato e pagato alle singole realtà ospedaliere come operazione chirurgica, cifra nettamente superiore rispetto a quella corrisposta per un parto naturale. Diventa evidente che un numero di parti superiore al 60 per cento in Calabria dipenda anche dalla necessità di fare cassa a spese della salute di donne e bambini. Non è un caso che nelle strutture private il numero di tagli cesarei sia in media il 75 per cento, rappresentando il cesareo un entrata economica maggiore rispetto ad un parto naturale.
Una seconda motivazione è la responsabilità diretta del medico nel caso di danni o morte del bambino o della madre; se infatti si verificano complicazioni, la responsabilità diretta del medico è maggiore in presenza di un parto naturale; inoltre quasi la metà dei punti nascita effettuano meno di 500 parti all’anno, il che implica una minore sicurezza e una maggiore propensione al cesareo da parte dei medici stessi, la cosidetta “medicina difensiva”; non va scordato infatti che un ginecologo ostetrico su quattro in Italia è indagato per responsabilità professionale.
Un’ulteriore spiegazione all’elevato numero di parti cesarei viene data da una ricerca condotta dall’Osservatorio nazionale sulla salute della donna (ONDa), in collaborazione con il Dipartimento di salute materno infantile dell’Oms e con il settimanale IO Donna.
Dall’indagine emerge che l’80 per cento di donne intervistate preferisce il parto naturale al cesareo ma poi sceglie il cesareo principalmente per paura del dolore. Nel dettaglio le donne preferirebbero il parto naturale in primis per motivi affettivi nel 63 per cento dei casi (per non perdere le prime ore di vita del bambino), quindi per un’ospedalizzazione più breve (il 53 per cento considera importante un’inferiore durata del ricovero ed il 49 per cento un veloce recupero fisico), inoltre il 48 per cento desidera escludere un’operazione come metodo per dare alla luce il proprio figlio e l’assenza di cicatrici (47 per cento). Tra le ulteriori motivazioni che spingono le donne a preferire il parto naturale troviamo il minor dolore post operatorio (44 per cento), la possibilità di avere al proprio fianco il padre del bambino (41 per cento), poter avere gravidanze future illimitate (47 per cento) e allattare con più facilità (35 per cento).
Le motivazioni che spingono le donne al taglio cesareo destano maggiore curiosità e confermano che l’aumento di questa pratica è dovuta a motivi diversi dell’aumentare dell’età delle partorienti. Quasi il 54 per cento lo preferisce per paura del proprio dolore o di quello del bambino (40 per cento); il 46 per cento sceglie il cesareo per poter pianificare la data di nascita, il 28 per cento perché lo considera più sicuro, il 22 per cento perché consigliata da un’amica o perché pensa che i tempi per tornare ad una vita sessuale ordinaria siano più veloci; il 17 per cento perché nella struttura sanitaria non era prevista l’epidurale.
Le motivazioni addotte sono frutto della scarsa informazione e di scelte dettate più da luoghi comuni e dall’inconsapevolezza di rischi e alternative.
In prima istanza è scientificamente provato che un bambino nato con parto naturale non soffra di più rispetto ad un bambino nato con cesareo; va sottolineato invece che la probabilità di complicazioni post-parto sono maggiori per chi partorisce con il cesareo, tra queste febbre puerperale, infezioni della ferita, perdite ematiche, problemi nell’allattamento, tempi di ospedalizzazione più lunghi e conseguente uso di analgesici e antibiotici. Inoltre il rischio di mortalità materna è di ben tre volte superiore per chi partorisce con il cesareo rispetto al parto naturale e nella gravidanza successiva i rischi gravi si duplicano.
La motivazione data dalle donne intervistate riguardo ad una più veloce ripresa della vita sessuale con parto cesareo si dimostra falsa, smentita dalla scienza, e conseguenza della mancanza di un’informazione corretta.
La paura della sofferenza, che è il primo motivo per cui si sceglie il cesareo, è stato risolto nei paesi nordici attraverso un adeguato e personalizzato supporto psicologico alla donna nelle fasi di preparazione al parto.
La mancanza dell’epidurale come alternativa al cesareo all’interno della struttura ospedaliera è invece una motivazione valida e fondata che trova riscontro nei dati, infatti in Italia solo il 16% delle strutture ospedaliere ha la possibilità di offrire gratuitamente il servizio di analgesia epidurale alle proprie pazienti. Questa tecnica sicura e indolore consente di ridurre al minimo le sofferenze durante il parto permettendo alla donna di rimanere cosciente e di respirare autonomamente e di sentire ugualmente le contrazioni. Il 90% delle strutture esaminate dall’ONDa offrono l’epidurale 24 ore su 24, ma solo il 35 per cento delle strutture hanno un anestesista dedicato esclusivamente al parto, questo significa che in caso di emergenza l’anestesista non è più disponibile e non è possibile ricorrere a tale tecnica. Inoltre i dati mostrano la quasi totale assenza dell’epidurale nelle regioni del Sud Italia, confermando la scelta del cesareo come risposta alla paura del dolore.
La sempre maggiore medicalizzazione, la presenza di strutture non idonee e poco sicure che eseguono meno di 1000 parti all’anno, la necessità di fare cassa di alcune strutture ospedaliere, l’assenza dell’epidurale, la mancanza di informazione e assistenza alla donna nelle fasi pre-parto hanno fatto lievitare il numero di cesarei. Diventa necessario quindi rimuovere timori e credenze ingiustificati migliorando l’informazione e l’educazione con corsi di preparazione al parto ed assistere psicologicamente le donne durante la gravidanza. Diventa altresì d’obbligo una riorganizzazione delle strutture sanitarie per offrire un servizio migliore, efficiente e più sicuro; servono infine investimenti per garantire l’epidurale a tutte le donne.
24 Ottobre 2011
Pubblicato da: www.mirorenzaglia.org
Il primo errore madornale di De Magistris
di GERMANO MILITE

- Luigi De Magistris
Premessa: chi vi scrive si augura non solo che Luigi De Magistris faccia bene ma che riesca a preparare un autentico miracolo napoletano. Premessa integrativa: nella nuova emergenza rifiuti, il meno responsabile di tutti, è proprio il sindaco neo-eletto. Come noto oramai anche alle panchine, difatti, il ciclo dei rifiuti s’intreccia in una perversa maglia di competenze (ed incompetenze) distribuite con logiche clientelari e filo-camorristiche tra Regione, Provincia e Comune. Ergo, se le strade di Napoli straripano nuovamente di “monnezza” (termine oramai utilizzato da tutti per indicare specificatamente e razzisticamente il rifiuto made in Naples), di sicuro gli ultimi a poter parlare e recriminare sono i signori del Pdl.
Detto ciò per evitare la consueta tiritera nella quale si cade ogni volta che si osa muovere un timida critica ad un alfiere antiberlusconiano, ci sono comunque alcune considerazioni lucide ed oneste che vanno fatte su questi primi giorni da primo cittadino partenopeo dell’ex magistrato. Partiamo da Caivano: la prima città che sbarra le porte a De Magistris è guidata dal centrosinistra. Almeno in tal senso, quindi, non si può parlare di boicottaggio diretto e dispetto politico by Silvio Berlusconi. Anche Acerra, stanca di dover fare da pattumiera campana insieme ad altre “fortunate” città dell’interland casertano e napoletano, pare si stia preparando a dire di no alla spazzatura proveniente dal capoluogo (e anche in questo caso l’amministrazione non è targata Pdl). Ma al di la dell’ardita promessa (condita da un significativo “se si lavora bene”) di Napoli ripulita in soli 5 giorni, cosa ha sbagliato in questi primi passi il neo-sindaco? L’errore madornale più eclatante dell’ex giudice si chiama “spocchia ingiustificata” e deriva da quella adolescenziale spavalderia che si fonda su un’autopercezione esagerata piuttosto che su reali azioni eclatanti compiute. In altri termini: De Magistris, data la situazione a dir poco incandescente e l’apocalittico incrocio burocratico-politico-camorristico esisten nella gestione dei rifiuti da oltre 30 anni, avrebbe probabilmente fatto meglio ad usare, almeno in questi primissimi giorni di amministrazione, un profilo basso; lavorando in sordina e non rilasciando roboanti dichiarazioni.
Anche perché, scaricare tutte le responsabilità del primo fallimento sul governo Berlusconi e sulla sempre più anticostituzionale e bugiarda Lega Nord, significa soffrire di una disonestà intellettuale tipica di quel centrosinistra che tanta antipatia automatica suscita negli elettori meno partigiani e trinariciuti. Il problema dell’immondizia, in Campania, esiste da molto prima dell’ascesa di Bossi Berlusconi e si interseca in un labirinto politicamente trasversale che vede inadempienze e collusioni distribuite abbastanza equamente tra la finta destra e la sedicente sinistra.
Anche perché, se sul serio tutto dipendesse dal governo centrale, allora non si spiegherebbe come tanti altri comuni campani piccoli e grandi (come Salerno), riescano ad assicurare fino al 75% di raccolta differenziata. De Luca è forse un alieno del tutto immune al boicottaggio berlusconiano? Resta poi ancora per nulla dissipato un dubbio già emerso durante la campagna elettorale del parlamentare europeo: le idee chiare per gestire in maniera virtuosa i rifiuti di Napoli ci sono? De Magistris ha un piano preciso ed efficace per contrastare sgambetti e dispetti dell’ultim’ora? Possibile che fosse così ingenuo e sprovveduto da non aspettarsi l’ostracismo del centrodestra e l’esasperazione dei comuni che da anni annegano nei rifiuti di Napoli? Qualcuno esorta il sindaco a pedalare dopo aver desiderato la bicicletta. Il problema, però, è che il velocipede napoletano al momento non ha nemmeno i pedali e le ruote per potersi muovere. L’ex magistrato sul serio lo sta scoprendo adesso? Insomma: se il nuovo annunciato deve appellarsi come da “tradizione” alla pesante eredità lasciata dal vecchio e proporre gli inceneritori come soluzione all’emergenza rifiuti, allora forse nella politica di De Magistris c’è qualcosa da rivedere. Dal primo cittadino si esige un po’ di sanissima e sacrosanta “arroganza” ma, al contempo, occorre che questa altezzosità sia lucida e basata su solide ed incrollabili basi. Inutile sboroneggiare prima ancora di aver concluso qualcosa di eclatante.
In tal modo si espone solo il fianco a critiche che, seppur strumentali, rischiano di stroncare l’entusiasmo, impastare nuovo fango e far impantanare la già poco oliata macchina amministrativa. Del resto, nell’euforia della campagna elettorale che lo ha premiato grazie anche al sostegno di Pd e bassoliniani, quello che sembrava a molti il nuovo infallibile risolutore si è lasciato andare ad affermazioni e promesse piuttosto ardite. Qualche esempio per i più smemorati? Napoli avrebbe raggiunto il 70% di differenziata entro sei mesi (quando l’inizio della raccolta è rimandato a settembre). Ancora: la città di Pulcinella che avrebbe eliminato il mare di rifiuti prodotti giornalmente senza utilizzare gli inceneritori (sic!). Ora il sindaco della provvidenza “scopre” con sommo stupore che prima di vincere tutte le tappe occorre rimettere a nuovo una bici completamente scassata. Il punto è che chi si candida a primo cittadino deve conoscere le soluzioni ai problemi principali della città prima di indossare la fascia tricolore e lagnarsi per boicottaggi (presunti o reali) e per errori commessi dai predecessori. Altrimenti, la differenza tra il grande politico innovatore ed un comune cittadino pieno di belle speranze, di un po’ di egocentrismo e di tante illusioni dov’è? Concludendo, proprio perchè De Magistris si è appena insediato, appare ridicolo sia chi lo demonizza e lo boccia a priori sia chi lo idolatra e lo descrive già come martire e vittima sacrificale del centrodestra. Anche perché a chi governa Napoli non servono piagnistei, vittimismi e “scaricamenti” di barili, ma prese di responsabilità e dimostrazioni di concreta umiltà. Se lo ricordi il nuovo sindaco. Se lo ricordi anche chi già lo ama.
21 giugno 2011
Fonte: www.julienews.it
“Ho lavorato una vita nel nucleare vi spiego perché voterò sì al referendum”
Oltre due decenni di esperienza nel settore, visitando una sessantina di reattori in tre continenti, con la convinzione che le precauzioni prese negli impianti rendessero impossibile una catastrofe. Poi Three Miles Island, Chernobyl, Fukushima: tre disastri in meno di 30 anni…
di ALBERTO BAROCAS
Dopo essere stato allibito per l’incoscienza delle dichiarazioni di uno scienziato, il professor Battaglia (la pubblicazione di una sua opera scientifica con la prefazione di Silvio Berlusconi parla da sé), su un tema così importante per la sorte dell’umanità, mi sento costretto ad intervenire avendo dedicato tutta la mia vita professionale alla ricerca e sviluppo del nucleare ed essendo stato per lungo tempo “abbastanza” a favore dell’energia nucleare.
Dopo una laurea in Radiochimica presso l’Università di Roma e successivo Corso di Perfezionamento in Fisica e Chimica Nucleare, ho lavorato presso i laboratori di ricerca del plutonio di Fontenay-aux-Roses (Francia) nelle ricerche e tecniche del plutonio per l’impianto di riprocessamento del combustibile nucleare di La Hague. Ritornato in Italia ho partecipato, nei laboratori di ricerca della Casaccia (CNEN, ora ENEA), alla messa a punto degli impianti di separazione del plutonio di Saluggia e successivamente allo studio dei siti nucleari in vista della costruzione di centrali di energia nucleare. Dal 1982 sono stato distaccato dal CNEN presso l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) di Vienna dove mi sono occupato prevalentemente di salvaguardie nucleari, in particolare per i reattori nucleari di potenza e di ricerca nel mondo. Per 22 anni ho avuto la possibilità di visitare ed ispezionare una sessantina di reattori in tre continenti, in particolare in Giappone ed in particolare proprio Fukushima.
Durante l’intera attività ero giunto alla conclusione che le precauzioni utilizzate negli impianti nucleari fossero tali da rendere praticamente impossibile un grosso incidente nucleare. Proprio il Giappone si presentava ai miei occhi come il modello per eccellenza di organizzazione, di perfezione, di attenzione al più piccolo dettaglio: l’energia nucleare o doveva essere realizzata così o non doveva esistere. Ed invece… Three Miles Island, Chernobyl, Fukushima… tre catastrofi in meno di 30 anni.
Oggi sono completamente convinto che i rischi dell’energia nucleari siano tali da consigliarne l’utilizzo solo se non ci fossero sulla Terra altre fonti di energia o dopo una guerra nucleare. Voterò quindi SI al referendum per le seguenti ragioni:
a) la progettazione di una centrale nucleare avviene sulla base di dati statistici puri, cioè su una probabilità estremamente bassa di un grosso incidente, anziché basarsi sul fatto che un incidente anche imprevedibile possa avvenire (per esempio: chi avrebbe mai potuto calcolare statisticamente che otto montanari dell’Afghanistan si potessero impadronire contemporaneamente di quattro jet di linea facendoli convergere sulle Torri di New York, sul Pentagono e sulla Casa Bianca? Chi potrebbe calcolare statisticamente la possibilità dell’impatto di un meteorite?) e quindi progettando nello stesso tempo le soluzioni e le difese: naturalmente questo però aumenterebbe enormemente i costi ed allora bisogna ricordarsi che l’energia nucleare è un’industria come tutte le altre, cioè che vuole fare profitti;
b) gli effetti di un grosso incidente non sono come gli altri: terremoti, inondazioni, incendi fanno un certo numero di vittime e danni incalcolabili, ma tutto questo ha un termine. L’energia nucleare no: gli effetti si propagano per decenni se non secoli, con un disastro anche economico per il Paese colpito. I discendenti delle bombe di Hiroshima e Nagasaki ancora subiscono danni. Altrimenti perché il deterrente di una guerra nucleare funziona talmente? Anche i bombardamenti “classici” causano morti molto elevate, ma non portano a danni simili per generazioni…
c) il blocco dell’energia nucleare in Italia del 1987 ha avuto il torto di fermare di botto non solo le quattro centrali in funzione (Trino Vercellese, Caorso, Latina, Garigliano) e la costruzione di Montalto con spese immani per un pazzesco riadattamento dell’impianto nucleare ad una centrale di tipo classico, ma altresì ogni tipo di ricerca nucleare, anche di eventuali impianti innovativi, creando un pericolo, dato l’impauperamento di una cultura “nucleare”: non esistevano più corsi di scienze nucleari, né tecnici, né possibilità di tecnologie di difesa da eventuali incidenti in altre nazioni. E questo non è richiesto dalla rinuncia all’uso di centrali atomiche: la ricerca e lo sviluppo del nucleare dovrebbe poter continuare;
d) la presenza di impianti di produzione di energia nucleare porta ad una militarizzazione delle zone in questione: non c’è trasparenza, ogni dato viene negato all’opinione pubblica. Anche agli ispettori dell’AIEA viene proibito di comunicare con la stampa. Lo dimostra anche quello che è successo a Fukushima: il gestore ha tenuto nascosto per lungo tempo la gravità dell’accaduto. E in un territorio come il Giappone, sottoposto non solo a terremoti ma a tsunami, il costo di una maggiore precauzione per gli impianti di raffreddamento è stato tenuto il più basso possibile senza tenere conto dei rischi solamente per fare più profitto!
e) in tutto il mondo non è stato mai risolto il problema dello smaltimento delle scorie mucleari. Nell’immenso deposito scavato in una montagna di Yucca Mountain in USA si sono dovuti fermare i lavori, il maggiore deposito in miniere di sale della Germania si è dimostrato contaminato con pericoli per le falde acquifere, ecc. Il combustibile nucleare delle nostre centrali fermate è in gran parte ancora lì dopo 25 anni. D’altra parte un Paese come il nostro che non riesce a risolvere il problema dei rifiuti può dare garanzie sui rifiuti nucleari?
f) l’Italia è un paese sismico, dove l’ospedale e la casa dello studente dell’Aquila sono crollate perché al posto del cemento è stata usata sabbia. Può dare garanzie sugli impianti nucleari? E la presenza di criminalità organizzata a livelli preoccupanti può liberarci da particolari preoccupazioni nella scelta e costruzione di centrali atomiche?
g) ultima osservazione: anche se molti minimizzano gli effetti delle radiazioni nucleari, una cosa si può dire con certezza: gli effetti delle radiazioni a bassi livelli ma per tempi estremamente lunghi sugli esseri viventi non sono stati mai chiariti. Non deve essere solo il fumo a preoccupare l’opinione pubblica!
Per tutte queste ragioni penso che in Italia l’uso dell’energia nucleare non sia raccomandabile, perlomeno in questa fase della nostra storia, ed invece un miscuglio di diverse fonti di energia (eolica, solare, idrica, gas, geotermica) potrà sopperire ai nostri bisogni, accompagnato da una maggiore ricerca scientifica ed un diverso modello di vita con maggiore eliminazione degli sprechi. Io voto sì.
10 Giugno 2011
Fonte: www.repubblica.it
REFERENDUM: ecco i 4 quesiti
di LUCIA PALMERINI
E’ ufficiale: il referendum sul nucleare si farà.
La Cassazione ha deciso che il 12 e 13 giugno si voterà anche per la presenza del nucleare in Italia perchè le modifiche apportate dal governo alle norme sul nucleare non precludono la celebrazione della consultazione popolare. Infatti il governo aveva semplicemente postposto l’attuazione del programma sull’energia nucleare, mentre il quesito referendario lo abroga totalmente. Berlusconi in persona aveva detto:
“Siamo assolutamente convinti che l’energia nucleare sia il futuro per tutto il mondo. La gente era contraria, fare il referendum adesso avrebbe significato eliminare per sempre la scelta del nucleare. Se avessimo fatto il referendum avremmo rinunciato al nucleare per lungo tempo. Invece io spero che tra uno o due anni si potrà ritornare sulla scelta dopo che si sarà fatta chiarezza sulla tecnologia.”
I quesiti su cui si potrà votare saranno 4 e riguarderanno 3 temi principali:
- Nucleare
- Acqua pubblica (2 quesiti, quindi 2 schede)
- Legittimo impedimento
Scheda Grigia: CENTRALI NUCLEARI
Abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare
Il quesito originario chiede l’abrogazione dell’art. 7, comma 1, lettera d (realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare) contenuto nel decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, sulle disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria. Il quesito definitivo invece chiede l’abrogazione dell’art. 1 e dell’art. 8 contenuti nel decreto omnibus (ovvero decreto legge 31 marzo 2011, n. 34 convertito con modificazioni dalla legge 26/05/2011 n.75) recante disposizioni urgenti sull’attuazione del programma di governo sulle risorse energetiche.
In definitiva votando SI si impedisce di fatto la realizzazione di nuovi impianti nucleari sull’intero territorio nazionale.
Scheda Rossa: ACQUA PUBBLICA
Modalità di affidamento e gestione del servizio idrico
Il quesito chiede l’abrogazione dell’art. 23 bis (dodici commi) della legge n. 133/2008, secondo cui la gestione del servizio idrico può essere affidata a soggetti privati attraverso gara o a società a capitale misto pubblico-privato; in entrambi i casi il privato detiene almeno il 40% del capitale. Votando SI si mantiene pubblica la gestione del servizio idrico.
Scheda Gialla: TARIFFA ACQUA PUBBLICA
Determinazione della tariffa dell’acqua
Il quesito richiede l’abrogazione parziale dell’articolo 154 del Decreto Legislativo n. 152/2006, per quel che riguarda la parte che sostiene la determinazione della tariffa del servizio idrico integrato “in base all’adeguata remunerazione del capitale investito”. In base alla normativa vigente, un gestore può caricare sulla bolletta fino al 7% in più senza che questo venga investito per migliorie sull’infrastruttura. Votando SI si blocca questo innalzamento di prezzo.
Scheda Verde: LEGITTIMO IMPEDIMENTO
Giustizia: abrogazione del legittimo impedimento per primo ministro e ministri
Il quesito richiede l’abrogazione di una delle leggi ad personam, in particolare l’articolo 1 (commi 1, 2, 3, 5, 6) della legge 7 aprile 2010 numero 51 recante “disposizioni in materia di impedimento del Presidente del Consiglio e dei Ministri a comparire in udienza penale”. Votando SI il primo ministro ed i ministri dovranno comparire in udienza al pari degli altri cittadini italiani.
QUORUM DA RAGGIUNGERE
Devono votare il 50% più uno degli aventi diritto al voto per farne valere l’esito.
L’ultima volta in cui è stato raggiunto il quorum era l’11 giugno 1995 nel referendum su tv, commercio, rappresentanze sindacali, legge elettorale per le comunali e mafia. Indubbio che la presenza del quesito sul nucleare spinga l’elettorato alle urne e che proprio per questo il governo aveva cercato di escluderlo dalla consultazione per evitare il raggiungimento del quorum.
Tre centrali nucleari sotto il mare italiano: “Più pericolose di Fukushima”
di MASSIMO MALERBA
Immaginate quattro centrali nucleari di vecchia generazione (stile Chernobyl per intenderci) che vanno a spasso per il Mediterraneo e che, di tanto in tanto, approdano nei porti italiani; poi immaginate che queste quattro centrali nucleari (dotate di sei reattori) siano mobili e pure cariche di missili Cruise o testate nucleari. Non è fantascienza, accade davvero, a pochi passi da noi, nei nostri mari, nei nostri porti. Ne abbiamo parlato con Antonio Mazzeo, giornalista, ricercatore, uno dei massimi esperti di geopolitica mediterranea: “Fukushima? Ne abbiamo almeno quattro nel Mediterraneo”

- Il sottomarino nucleare Florida nella baia di Napoli lo scorso 4 marzo
Cos’è questa storia delle centrali nucleari nel Mediterraneo?
Ne abbiamo almeno quattro, forse cinque se si aggiunge un’unità britannica di cui però non siamo certi: tre sommergibili Usa (il Provvidence, lo Scranton e il Florida) e una portaerei francese, la Charles De Gaulle. Tutte a propulsione nucleare. Pericolosissime.
Come Fukushima?
Peggio. Sono reattori di vecchia generazione, pre-Chernobyl per intenderci, tutti privi di sistemi di protezione e sicurezza e per di più impegnate in operazioni di guerra su cui vige il massimo segreto: se poi consideriamo che queste unità possono imbarcare testate nucleari e che il carico radioattivo lo portano a spasso sotto i mari. Non si sa nulla dei loro movimenti (coperti da segreto militare) ed è solo grazie alle denunce di Greenpeace e alle ricerche del professor Zucchetti del Politecnico di Torino se oggi sappiamo delle decine di incidenti che si sono verificati in questi sommergibili nucleari.

- Il sottomarino nucleare Florida nella baia di Napoli lo scorso 4 marzo
E approdano nei nostri porti?
Sì, certo. Ad Augusta, provincia di Siracusa, attraccano sottomarini a propulsione nucleare (nella foto sopra lo Scranton ad Augusta lo scorso 6 marzo). Augusta è il porto principale per operazioni di rifornimento della VI Flotta Usa, è ed un pull delle Forze Nato. Ma sono coinvolti anche i porti di Napoli, Genova, Livorno, Brindisi, Cagliari. Quello che è grave è che nessun piano di evacuazione delle popolazioni da queste zone è stato mai approntato.
In quali operazioni sono impegnati attualmente queste unità?
Centinaia di attacchi aerei, vere e proprie battaglie navali, inseguimenti di sottomarini nucleari e finanche la sperimentazione di sofisticate armi a comando remoto. È quanto avviene dal 5 febbraio nelle acque siciliane del Mar Ionio con l’esercitazione aeronavale denominata ‘Proud Manta 2011′ a cui partecipano dieci nazioni della Nato

- Anatomia di un sommergibile nucleare
Quali sono i pericoli concreti?
L’emissione di radioattività nei nostri mari, nello Jonio e nel Mediterraneo, è costante anche se viene ben nascosta all’opinione pubblica; Un incendio o il danneggiamento di queste unità navali possono portare a conseguenze disastrose paragonabili agli effetti di Chernobyl. Ci sono numerosi precedenti con i sottomarini russi nel Mar Baltico e nel Mar del Giappone (l’ultimo nel 2008 causato da un’avaria al sistema antincendio) ma anche da noi, in Sardegna, dove nel 2003 si sfiorò il disastro nucleare quando il sottomarino americano Hartford, a propulsione nucleare, s’incagliò nella Secca dei Monaci a poche miglia dalla base di La Maddalena.
Cosa possiamo fare?
Vietare il transito nelle nostre acque territoriali e l’approdo nei nostri porti a queste unità navali
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ULTIM’ORA- Oggi 4 aprile ad Augusta arriva un sommergibile nucleare, lo rende noto la direzione regionale di Legambiente Sicilia, ecco l’ordinanza (numero 17-2011 dell’1 aprile) della Capitaneria di Porto
Visto il vigente piano di emergenza e norme per la sosta di unità militari a propulsione non convenzionale nel Porto di Augusta emanato dal Comando Militare Marittimo Autonomo in Sicilia; il comandante del porto ordina :
Articolo 1
Il giorno 04/04/2011 è vietato a tutte le unità navali non specificatamente autorizzate di avvicinarsi, transitare o sostare ad una distanza inferiore a 1000 metri dalla unità a propulsione non convenzionale posta alla fonda nel punto di latitudine 37° 10′ 18”N e longitudine 015° 14′ 36”E, nelle acque antistanti il porto di Augusta. (vedi mappa sottostante)
Articolo 2
In caso di avverse condimeteo, la suddetta unità sosterà all’interno della rada del porto di Augusta nel punto di fonda Y3 ( latitudine 37° 12′.270N – longitudine 015° 12′.220E). In tal caso, durante le manovre di ingresso/uscita dell’unità militare a propulsione non convenzionale dal porto di Augusta, il traffico mercantile sarà sospeso, ad eccezione di quello adibito all’assistenza dell’ unità in questione. Durante la predetta sosta, inoltre, è fatto divieto assoluto di avvicinarsi/transitare e sostare con qualsiasi mezzo navale non specificatamente autorizzato, ad una distanza inferiore a 1000 metri dalla unità a propulsione non convenzionale.
Articolo 3
I contravventori alla presente ordinanza, salvo che il fatto non costituisca reato e salvo le maggiori responsabilità derivanti dall’illecito comportamento, saranno puniti ai sensi degli articoli dal 53 al 67 del Decreto Legge n° 171/2005, se alla condotta di unità da diporto, mentre negli altri casi ai sensi degli articoli 1174 e/o 1231 del Codice della Navigazione.
Articolo 4
E’ fatto obbligo a chiunque spetti di far osservare la presente Ordinanza.
Firmato il comandate CV Francesco Frisone
Fonte: violapost.wordpress.com
Approvato il ddl sulle detenute madri
di LUCIA PALMERINI
Il 30 marzo il Senato ha approvato il ddl sulle detenute-madri che modifica la disciplina di detenzione in caso di arresto. Il problema riguarda circa 60 bambini che ad oggi sono detenuti con le loro madri a causa di un reato che loro non hanno commesso e che andrà ovviamente ad influire sulla loro salute psico-fisica e lascerà loro danni irreparabili.
La nuova legge prevede gli arresti domiciliari o dei centri appositi, delle strutture organizzate come case-famiglia, in cui i bambini possano avere un’esistenza normale e nel frattempo le loro madri scontare la loro condanna. Il problema è che la legge entrerà in vigore solo nel 2014 ed anche per quella data non è prevista copertura finanziaria, ciò significa che le detenute-madri continueranno a restare all’interno delle carceri. Bisogna agiungere, come evidenzia bene Susanna Curci, che coloro con esigenze cautelari di “eccezionale rilevanza”, come nel caso di pericolo di reiterazione del reato, non potranno usufruire di tale normativa (se mai dovesse essere attuata).
Per assurdo, inoltre, i bambini-reclusi aumenteranno invece di diminuire perché l’età tollerata in carcere viene innalzata da 3 anni a 6.
Invece dell’interesse del bambino, la legge attuata pone al centro dell’attenzione la sicurezza, ma mi domando e vi chiedo, l’Italia non era un paese garantista al grido di meglio un colpevole libero che un innocente in galera? Appurata l’inesistenza della certezza della pena in Italia, perché dovremmo proprio imporla a 60 donne ed ai loro figli innocenti? Perché tanta rigidità nei confronti di questi bambini?
1 aprile 2011
La Germania ha scelto “Puntiamo su sole e vento”
IL DIBATTITO SUL NUCLEARE
Nel 2050 l’80% dell’energia tedesca arriverà da eolico e fotovoltaico. I reattori danno lavoro a 30mila persone, la green economy ne occupa 340 mila
di ANDREA TARQUINI

- Impianti eolici in Germania
Li vedi spuntare ovunque, quando viaggi in autostrada dalla capitale verso Monaco e il Sud o Hannover e l’Ovest: col loro sommesso ronzio, le pale dei grandi mulini eolici rompono appena il silenzio della campagna tedesca. Oppure ovunque, sulle villette dei ricchi bavaresi o sui palazzoni in prefabbricato alla sovietica che Berlino ovest ha ereditato dal comunismo, vedi i pannelli fotovoltaici. L’energia rinnovabile vola in Germania. Non solo in Borsa, dove nelle ultime ore i titoli di Solarworld, Q-Cells, Nordex o della branca energie pulite di Siemens hanno registrato balzi dal 20 al 40 per cento. La vedi dietro ogni angolo, è diventata un fattore costitutivo del quotidiano. La Germania conservatrice di Angela Merkel, che dice “nel dubbio, siamo per la sicurezza” e ferma per almeno tre mesi sette dei suoi 16 reattori, è anche la potenza economica che più di ogni altra si è lanciata a pensare e progettare strategicamente il mondo nuovo dell’energia.
Come restare prosperi e competitivi dopo l’atomo e dopo il petrolio. E intanto, efficienza energetica, produttività e competitività del sistema-paese decollavano, mentre quelle di molti Stati votati all’atomo, Francia in testa, cominciavano a non tener più testa al global player tedesco nel grande gioco dei mercati mondiali.
“La politica ecologica è la politica del futuro, anche per l’economia” ha spiegato il ministro dell’Ambiente Norbert Roettgen, democristiano come la cancelliera. I dati ufficiali del suo dicastero,
che né le imprese né tantomeno i Verdi contestano, parlano chiaro: l’efficienza nell’uso delle materie prime nell’economia tedesca è aumentata del 46,8% tra il 1994 e il 2009, cioè nello stesso periodo in cui il prodotto interno lordo cresceva del 18,4%. I costi del sistema economico Germania sono calati di 100 miliardi di euro. Proprio mentre, parallelamente, la percentuale di energia prodotta dal nucleare scendeva dal 27,3% del 1991 a una cifra attorno al 20% (fino alla chiusura dei sette reattori decisa ieri), e quella delle rinnovabili volava nello stesso arco di tempo dal 3,2 al 17%. E solo dal 2004 al 2009 è raddoppiata.
“Lo spegnimento delle sette centrali, deciso dal governo, non dovrebbe produrre contraccolpi né per l’economia, né per il consumatore, né caro-bolletta né problemi di produzione d’elettricità”, spiega Aribert Peters, dell’Unione dei consumatori d’energia: dopo la svolta della Merkel sul nucleare i mercati secondo lui scommettono su prezzi stabili. Forse hanno le loro ragioni, non aspettatevi militantismo per l’ambiente o voglia di prati fioriti alla Borsa di Francoforte. Per il sistema Germania, spiegano Dietmar Edler e Marlene O’Sullivan in un rapporto per l’istituto economico DIW, le energie rinnovabili e alternative sono diventate un affare. Come con le Bmw e le Mercedes, con gli Airbus e gli Eurofighter, anche qui il made in Germany è il meglio sul mercato.

- L’impianto nucleare di Essenbach, nel sud della Germania
Dal 2007 al 2009, gli investimenti nelle energie rinnovabili sono passati da 11,4 a 20,4 miliardi di euro. Il fatturato del comparto, export incluso, è sui 21 miliardi di euro, quindi in tre anni è cresciuto di quasi il 40%. Anche attraverso il 2009 della grande crisi economica e finanziaria internazionale. Fondi pubblici e sgravi fiscali aiutano la crescita. Una produzione di energia elettrica affidata al 100% alle rinnovabili è possibile entro il 2050, dice il ministero di Roettgen, e il governo si è posto l’obiettivo di arrivare all’80%. “La maggioranza di centrodestra dovrebbe fare di più e non solo chiudere centrali prima di elezioni difficili”, nota Baerbel Hohn, una delle più ascoltate leader dei Verdi. Ma cela appena la soddisfazione per come il centrodestra e l’establishment stanno facendo propri i valori costitutivi del movimento ecologista. Consenso trasversale non dichiarato, in nome delle cifre: mentre i reattori nucleari tedeschi danno lavoro, secondo i Gruenen, a circa 30mila persone, gli occupati nel comparto delle rinnovabili sono aumentati dai 277mila del 2007 ai circa 340mila attuali. Continueranno a crescere a lungo, prima che il comparto diventi saturo come auto o siderurgia. “L’addio al nucleare potrà essere un processo lungo, discutiamo apertamente se ci vorrano dieci o vent’anni o quanti, ma è possibile”, pensa il leader dei Verdi europei, Daniel Cohn-Bendit.
16 Marzo 2011
Fonte: www.repubblica.it


La decisione del TAR della Lombardia di bocciare in toto la delibera della giunta regionale che rendeva più restrittive le normative riguardanti l’aborto ha riacceso i riflettori sul tema dell’aborto, della Ru486 e della Legge 194. Nuovamente vediamo apparire le solite farneticazioni “anti” o “pro” abortiste che contraddistinguono da sempre il dibattito. Farneticazioni perché chi parla sembra scordarsi totalmente che al centro dell’attenzione dovrebbe esserci la salute di un individuo e non un’ideologia politica o religiosa che sia, e sembra dimenticarsi la grande differenza scientifica e reale tra un essere umano e un ipotetico essere umano, al di là delle considerazioni personali.
Da sempre sono appassionata di temi riguardanti l’economia e la politica ed attraverso questo blog spero di condividere idee ed opinioni con gli altri.
