Lucia Palmerini

parole in libertà … speak freely

No al razzismo

Per Samb Modou (40 anni) e Diop Mor (54 anni), vittime innocenti del razzismo. Per non dimenticare tutte le vittime di ogni forma di razzismo e discriminazione.

 

19 dicembre 2011 Pubblicato da | Cronache, Cultura, Immigrazione, Interni, Scritti da Lucia Palmerini, Società | Lascia un commento

Ora facciamo gli europei

di LUCIA PALMERINI

”Abbiamo fatto l’Italia: ora dobbiamo fare gli Italiani” affermava ironicamente Massimo D’Azeglio riferendosi alla forzata unificazione dell’Italia e ricevendo aspre critiche da Cavour e dai mazziniani. Sarebbe interessante sapere cosa avrebbe detto a proposito dell’attuale Unione Europea.

Sulla carta l’Unione Europea è il risultato di un lungo cammino storico, che parte dall’impero romano – che racchiudeva quasi completamente i confini europei odierni -, ha il suo primo prototipo con la Giovine Europa di Mazzini del 1834, con l’intento di affermare l’unione ed il rispetto tra i popoli europei, e si concretizza, con la CE, dopo le guerre mondiali, fino ad arrivare ad essere quella di oggi in seguito a 50 anni di veloci cambiamenti. L’Unione Europea ha l’obiettivo di garantire una zona di libero mercato tra gli stati membri attraverso l’istituzione di un moneta unica e di un’unione doganale con il Trattato di Shengen ed attraverso politiche comuni in materia di agricoltura, commercio, ambiente, pesca e difesa. Ma quando si tratta di concretizzare e mettere sul piatto decisioni importanti l’UE diventa timida, insicura, e si frammenta con richieste egoistiche dei singoli stati.

Capita così che politiche importanti in materia di sicurezza nucleare non esistano, oppure che la creazione di bond europei per aiutare paesi come Portogallo, Irlanda e Grecia, caduti in disgrazia economica, venga osteggiata da chi, come la Germania, problemi economici non ne ha: sempre secondo il principio cardine dell’egoismo, unico comune denominatore di questa Unione.
Lo stesso accade sul tema dell’immigrazione con la bocciatura da parte del Consiglio UE della richiesta dell’Italia di attivare la procedura 55 del 2001, che prevede la protezione dei profughi dal Nord Africa ripartita tra gli stati membri. Germania, Francia e Spagna hanno fortemente premuto per arrivare a tale decisione, quasi a ribadire che l’Unione Europea tutto è fuorché un’unione di stati che prendono decisioni per aiutarsi e garantire un libero mercato.

Consapevoli del nostro antico europeismo (basti pensare al Manifesto di Ventotene del 1940) può darsi che siamo noi italiani a sbagliare atteggiamento, forse fin troppo europeisti e sicuramente più europeisti di qualunque altro stato: non a caso l’Eurobarometro indica tra gli euro-scettici Inglesi, Ungheresi e Lettoni. Inoltre bisogna ricordare che l’Italia è tra le fondatrici dell’UE e vi ha sempre partecipato costruttivamente e a volte anche troppo altruisticamente, piegando il capo in nome del bene comunitario e ricevendo in cambio la messa al bando della paranza e dei forni a legna per la pizza, la possibilità di usare aromatizzanti nella produzione di olio, o di grassi vegetali in quella del cioccolato, l’uso del termine vino per commercializzare liquori a base di frutta diversa dall’uva, il divieto di produrre vino Tokaj, l’assegnazione insufficiente di quote latte, il formaggio prodotto senza latte, l’uso di OGM in agricoltura, la possibilità di mescolare miele e zucchero fino al 50% e via discorrendo.

In virtù di ciò, verrebbe da chiedersi se la posizione europeista dell’Italia non debba essere rivista. Tralasciando se sia giusto o sbagliato ricorrere ai permessi di soggiorno temporanei, mi domando a cosa serva infatti un’Unione Europea lassista ed egoista che non prende provvedimenti importanti sui temi di prima necessità che riguardano un paese in difficoltà. Perché se l’Europa serve solo per avere basi militari comuni e per dichiarare guerra congiuntamente quando a volere la guerra sono solo in due, allora se ne può fare sinceramente a meno. E se si considera che la situazione attuale della migrazione è dovuta a scelte affrettate di due Stati Europei, che hanno destabilizzato due continenti interi senza assumersene la responsabilità, la bocciatura della richiesta dell’Italia diventa ancor più triste e deludente. Un’Europa in continuo movimento, ancora incompleta, con ulteriori allargamenti all’orizzonte e soprattutto incapace di prendere decisioni comuni è del tutto inutile.

Per quanto riguarda gli italiani, Massimo D’Azeglio converrebbe con me nell’affermare che gli italiani dopo 150 anni ancora hanno fin troppa strada da fare. Triste e deludente è infatti l’atteggiamento dell’opposizione italiana, che invece di compattarsi accanto ad una richiesta sensata ed intelligente del nostro governo non fa altro che legittimare l’insana decisione del Consiglio UE.
Pur di non ammettere che Maroni, Berlusconi e tutto il Governo hanno pienamente ragione nel gridare all’egoismo e all’inutilità di una confederazione così come è in essere oggi, sprecano parole in dichiarazioni inutili, sterili e soprattutto evitabili. Come al solito l’opposizione di turno ha come unico obiettivo quello di contraddire il Governo o chi governa.
Le parole di Oriana Fallaci di dieci anni fa sembrano scritte oggi:

«Quanto all’ammirevole capacità di unirsi, alla compattezza quasi marziale con cui gli americani affrontano disgrazie e nemico, be’: devo ammettere che lì per lì ha stupito anche me… Ah, se l’Italia imparasse questa lezione! È un paese così diviso, l’Italia. Così fazioso, così avvelenato dalle sue meschinerie tribali! Si odiano anche all’interno dei partiti, in Italia. Non riescono a stare insieme neanche quando hanno lo stesso emblema, lo stesso distintivo. Gelosi, biliosi, vanitosi, piccini, non pensano che ai propri interessi personali. Non si preoccupano che per la proprio carrieruccia, la propria gloriuccia, la propria popolarità di periferia e da periferia. Pei propri interessi personali si fanno i dispetti, si tradiscono. Si accusano, si sputtanano…»

Ebbene devo constatare amaramente che forse riusciremo prima a fare gli Europei che non gli Italiani.

12 aprile 2011

Fonte: www.diebrucke.it

12 aprile 2011 Pubblicato da | Esteri, Immigrazione, Politica, Scritti da Lucia Palmerini, Società | , , , , , , , | 2 commenti

Il pianto dell’unico bambino italiano: “Parlano tutti in arabo, non capisco”

di FRANCO VANNI

Adesso cercano una nuova elementare. “Ma siamo preoccupati per i bimbi arabi: come impareranno la nostra lingua se restano tra loro? Credevamo in questa scuola nella integrazione, nello scambio di culture. Siamo stati ingenui ma le istituzioni non possono esserlo”. A parlare è Giada Zaini, 33 anni. “Lui in quella classe non vuole più andare. Piange, dice che si sente diverso, che i suoi compagni fra loro parlano arabo e lui non capisce”. Loris ha 6 anni ed era uno dei due bambini italiani iscritti nell’unica classe prima delle elementari di via Paravia, assieme a 19 compagni stranieri, quasi tutti nordafricani.

“Il nostro è stato un esperimento fallito e se ci penso mi sento in colpa con Loris”, dice ora mamma Giada, che lo aveva portato in quella scuola di proposito, di modo che potesse stare con alcuni suoi compagni dell’asilo. Ragazzini stranieri, ovviamente, a cui il piccolo è affezionato. Ma una volta entrato in aula “ha capito che lì lo straniero era lui” spiega il papà, Massimiliano Casali, 33 anni, allenatore di cavalli da corsa. Da due giorni Giada e Massimiliano fanno il giro delle scuole del quartiere, chiedendo di potere iscrivere il figlio in una classe “dove ci siano almeno un po’ di italiani”. L’impatto è stato brutale. “Il primo giorno di lezioni – racconta la mamma – sono entrata nell’aula e avrei voluto fotografare i bambini, tutti insieme. Alcuni genitori, forse egiziani, me lo hanno impedito in modo brusco. Mi hanno detto che non mi sarei dovuta permettere di fotografare i loro figli, e che avrei dovuto inquadrare mio figlio da solo al banco”. Convinta che “fra italiani e stranieri non c’è differenza e l’integrazione è importante”, si aspettava un benvenuto diverso.

Per iscrivere Loris nella “scuola ghetto” di via Paravia aveva dovuto bisticciare con Mara, la suocera, che l’aveva messa in guardia: “Una scuola senza italiani è una cosa fuori dal mondo”. Giada ha tenuto duro. Pensava che il fatto di avere in classe un paio di amichetti sarebbe stato più importante rispetto alla nazionalità dei compagni. Ma alla prova dei fatti si è dovuta ricredere. Se l’episodio della fotografia ha fatto vacillare la convinzione multiculturale della mamma, il papà ha capito in quale situazione era finito suo figlio quando ha chiesto alla preside di iscrivere il bambino all’ora di religione. “Non sono cattolico praticante – racconta – ma mi sarebbe piaciuto che Loris la frequentasse. Sua nonna ci tiene, e il cattolicesimo è una parte importante della nostra cultura. La preside mi ha spiegato che però rischiava di ritrovarsi solo in classe, dal momento che tutti gli altri bambini avrebbero probabilmente scelto l’ora alternativa”. Tornato a casa la sera, arrabbiato e deluso, ha dovuto consolare il figlio in lacrime, diverso perché italiano. Ed è finita così l’avventura dei genitori di Loris, la cui buona volontà di integrazione si è schiantata contro il disastro dell’amministrazione. E lo stesso destino subirà l’altra bimba italiana della classe: i suoi genitori stanno cercando un’altra scuola.

In via Paravia ci sarà quindi una prima elementare composta solo da bambini stranieri, una classe che in realtà non dovrebbe esistere. Il ministro Gelmini ha infatti varato un regolamento che prevede il tetto del 30 per cento per gli stranieri in ogni classe, per mettere fine “alle scuole ghetto”. Peccato che, a forza di deroghe, in Lombardia il principio non sia stato applicato in nessuna delle 129 scuole che sforavano il tetto. Oltre a via Paravia ci sono molte altre classi dove gli italiani sono minoranza. Alle medie di via General Govone, ad esempio, è italiano uno studente su tre: il famoso 30 per cento, ma al contrario.

“Adesso la nostra unica preoccupazione è trovare una nuova scuola per Loris – dice Giada – siamo stati ingenui, ma le istituzioni non possono esserlo. Lo dico anche per i bimbi stranieri: come potranno imparare bene l’italiano se non lo parlano nemmeno fra di loro?”. Il direttore scolastico regionale Giuseppe Colosio, a cui Giada e Massimiliano hanno scritto ieri per raccontare la loro vicenda, da un anno e mezzo promette che “presto l’inaccettabile situazione di via Paravia sarà affrontata”. Per ora di concreto c’è la convocazione di una riunione con la preside Agnese Banfi, in programma domani “per chiedere spiegazioni”.

19 settembre 2010

Fonte: www.repubblica.it

22 settembre 2010 Pubblicato da | Immigrazione, Scuola ed Universita', Società | , , , , , | Lascia un commento

In nome delle belle ragazze albanesi

di ELVIRA DONES

Elvira Dones, Scrittrice e giornalista albanese replica alla battuta di Berlusconi: ” Quelle donne le ho incontrate. Mi hanno raccontato le loro vite violate, strozzate, devastate.”

Dalla scrittrice albanese Elvira Dones riceviamo questa lettera aperta al premier Silvio Berlusconi in merito alla battuta del Cavaliere sulle “belle ragazze albanesi”. Durante il recente incontro con Berisha, il premier ha attaccato gli scafisti e ha chiesto più vigilanza all’Albania. Poi ha aggiunto: “Faremo eccezioni solo per chi porta belle ragazze”.

Elvira Dones

“Egregio Signor Presidente del Consiglio,

le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: “le belle ragazze albanesi”. Mentre il premier del mio paese d’origine, Sali Berisha, confermava l’impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che “per chi porta belle ragazze possiamo fare un’eccezione.”

Io quelle “belle ragazze” le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A “Stella” i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E’ solo allora  -  tre anni più tardi  -  che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.

Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell’uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l’utero.

Sulle “belle ragazze” scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un’altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E’ una storia lunga, Presidente… Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l’avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.

In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent’anni di difficile transizione l’Albania s’è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L’Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.

15 Febbraio 2010

Fonte: www.repubblica.it

9 agosto 2010 Pubblicato da | Immigrazione, Pari Opportunita', Società | , , , , | Lascia un commento

Solo il Tuo Vicino é Straniero

Ihr Christus ist Jude. Ihre Demokratie ist griechisch. Ihr Kaffee ist Brasilien. Urlaub ist Türkisch. Ihre Zahlen sind Arabics. Ihr Alphabet ist Latein. Nur Ihr Nachbar ist ein Fremder … (1994, Poster an den Wänden von Berlin)

Il tuo Cristo è ebreo. La tua democrazia greca. Il tuo caffè brasiliano. La tua vacanza turca. I tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è straniero… (1994, Manifesto sul Muro di Berlino)

امسيح هو يهودي الخاصة بك. ديمقراطيتكم هو اليونانية. الخاص بك هو البن البرازيلي. عطلة التركية. Arabics هي الأرقام الخاصة بك. الخاص بك هو الأبجدية اللاتينية. فقط جارك هو غريب… (1994 ، وملصقات على جدران برلين)

Your Christ is jew. Your democracy is Greek . Your coffee is Brazilian. Holiday is Turkey. Your numerals are Arabic. Your alphabet is Latin. Only your neighbor is a stranger … (1994, poster on the walls of Berlin)

ユダヤ人をキリストです。あなたの民主主義のギリシャ語

です。ブラジルのコーヒーです。休日トルコです。あなたの数字Arabicsされています。あなたのラテン文字のアルファベットです。隣人を知らないだけです… ( 1994年、ベルリンの壁には、ポスター)

Parerea lui Hristos este evreu. Parerea democraţie este greacă. Parerea cafea este brazilian. Holiday este turcă. Parerea cifre sunt Arabics. Parerea este alfabetul latin. Numai aproapelui tău este un străin … (1994, poster pe zidurile de la Berlin)

12 marzo 2010 Pubblicato da | Cultura, Immigrazione, Politica, Scritti da Lucia Palmerini | Lascia un commento

Rapporto Onu smonta i luoghi comuni: La maggior parte dei RIFUGIATI è nei Paesi in via di sviluppo

di VITTORIO LONGHI

Una lezione di solidarietà e di rispetto del diritto d’asilo arriva dai Paesi in via di sviluppo. Il Pakistan, la Siria, l’Iran, la Germania, la Giordania, il Ciad, la Tanzania e il Kenya ospitano l’80 per cento dei rifugiati e degli sfollati nel mondo. Lo rivela il rapporto statistico annuale dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), pubblicato oggi a Ginevra.

L’agenzia delle Nazioni Unite sottolinea “la sproporzionata pressione” che grava su quei Paesi, anche perché molte persone sono in esilio da anni, senza la prospettiva di una soluzione. Si tratta di donne e di uomini che scappano dall’Afghanistan, dall’Iraq e dalla Somalia, ma anche dal Sudan, dalla Colombia e dal Congo. Luoghi di guerra o in cui la violazione dei diritti umani è sistematica, quotidiana e indiscriminata.

Il rapporto smentisce di fatto i luoghi comuni sulla presunta invasione dei richiedenti asilo nei Paesi industrializzati. A cominciare dall’Italia, che oggi li respinge sommariamente in Libia, ma che in realtà conta uno scarso 9 per cento delle domande sul totale e appena lo 0,5 per cento dei rifugiati nel mondo (meno di un decimo della Germania e meno di un terzo della Francia).

Diminuiscono i ritorni. L’Unhcr ha contato nel mondo 42 milioni di persone costrette alla fuga alla fine del 2008, considerando il brusco rallentamento dei rimpatri e la maggior durata dei conflitti, che si traduce poi in forme di esilio prolungato. Il numero totale comprende 16 milioni di rifugiati e richiedenti asilo e 26 milioni di sfollati all’interno del proprio paese. “Nel 2009 abbiamo già assistito a un consistente movimento forzato di popolazioni, principalmente in Pakistan, Sri Lanka e Somalia”, ha dichiarato l’Alto Commissario António Guterres. “Sono diverse le situazioni di popolazioni sradicate da ormai molto tempo: in Colombia, Iraq, Repubblica Democratica del Congo e Somalia. Ciascuno di questi conflitti ha generato, inoltre, rifugiati che hanno oltrepassato le frontiere”. L’altro dato significativo riguarda il numero dei ritorni, pari a due milioni nel 2008, un numero inferiore rispetto all’anno precedente del 17 per cento per i rifugiati e del 34 per cento per gli sfollati. Il rimpatrio, tradizionalmente la soluzione durevole più diffusa per i rifugiati, ha raggiunto il secondo livello più basso negli ultimi quindici anni.

Contro i pregiudizi. Il rapporto dell’Alto Commissariato precede di pochi giorni la giornata mondiale del rifugiato, che in Italia sarà celebrata il 19 giugno con la tradizionale assegnazione del premio “Per mare, al coraggio di chi salva vite umane”, istituito dall’Unhcr e dalla Guardia Costiera. Quest’anno una menzione speciale sarà data all’armatore e al comandante della nave turca Pinar, che il 16 aprile soccorse 142 migranti a sud di Lampedusa. In altri Paesi, come il Regno Unito, si celebra invece la settimana del rifugiato. Da ben 12 anni varie associazioni in difesa dei diritti umani si attivano per promuovere il rispetto del diritto d’asilo nella pubblica opinione e per contrastare i pregiudizi nei confronti di questi e di altri migranti. “L’ignoranza pubblica è diffusa – scriveva ieri il quotidiano The Guardian – perché un quarto degli inglesi, stando a una recente indagine della Croce Rossa, crede che il paese riceva ogni anno più di 100 mila domande d’asilo, mentre la cifra reale dell’anno scorso non raggiunge 31 mila”. Più o meno come in Italia e molto meno che in Francia, Canada e Stati Uniti.

Fonte: Repubblica.it (16 giugno 2009)

21 giugno 2009 Pubblicato da | Esteri, Immigrazione, Politica | Lascia un commento

Il problema non e’ l’immigrazione ma chi non sa gestirla

clandestini5VENT’ANNI DI POLITICHE INADATTE, L’ASSENTEISMO IN EUROPA, GLI ACCORDI DUBBI ED IL NON RISPETTO DEI DIRITTI

Che il problema immigrazione esista e sia sotto i riflettori e’ ormai noto da tempo cosi’ come e’ evidente che l’Unione Europea poco o nulla abbia fatto, preferendo lasciare la patata bollente nelle mani dei singoli stati e quasi abbandonandoli a se stessi. Mi sembra opportuno fare alcune riflessioni sulla situazione attuale dell’immigrazione in Italia e su come ci si e’ arrivati.

L’Italia, nel veloce passaggio da paese di emigrati a paese di immigrati non ha saputo affrontare il problema in maniera efficiente e non ha saputo trovare una politica adatta. Invece di affrontare una politica di programmazione seria di flussi e arrivi, cosi’ come avviene negli altri stati europei e negli Stati Uniti, i politici italiani hanno prima approvato leggi inapplicabili, come ad esempio la prima legge in materia di immigrazione del 1986 che preveda la richiesta da parte del datore di lavoro di un lavoratore ad un ufficio di collocamento, quindi se non disponibile nessun italiano o straniero residente in Italia, si procedeva ad assegnare a quel datore un lavoratore straniero presente nelle liste delle ambasciate all’estero, ovviamente tale procedura falli’ sia per i lavoratori italiani che stranieri in quanto nessun datore di lavoro assumerebbe senza conoscere, e spesso servono colloqui e selezioni. Successivamente la legislazione in materia di immigrazione venne leggeremente modificata con la Legge Martelli che introduceva uno sponsor, quindi con la Turco-Napolitano, il Decreto Dini e la piu’ famosa Bossi-Fini del 2002; ma in piu’ di 20 anni di immigrazione nessuno (destra e sinistra) si e’ impegnato o ha considerato una programmazione dei flussi, come avviene in ogni paese civile, ma ci si e’ limitati ad introdurre le cosiddette regolarizzazioni, che significa dare la possibilita’ ad un certo numero di clandestini presenti sul territorio, che dimostrano di avere un lavoro o altre specifiche caratteristiche, di regolarizzare la loro posizione, ovviamente coloro che non rientrano nella regolarizzazione continuano ad essere clandestini, ed il segnale dato e’ l’incentivazione ad entrare clandestinamente in Italia per poi aspettare la puntale regolarizzazione.

Se controlliamo i dati sull’immigrazione, Caritas Migrantes, ci rendiamo conto che, in Europa, l’Italia ha una presenza di immigrati assolutamente sotto la media UE che e’ del 6%, noi ci attestiamo ad un 4% che confrontato con il 9% tedesco non può che destare sorpresa. E i dati mostrano come il “problema immigrazione” sia assolutamente sopravvalutato nel nostro bel paese e forse usato ad hoc in momenti critici per distogliere l’attenzione da altre problematiche assai piu’ importanti. Ed infatti il problema immigrazione sale di nuovo alla ribalta delle cronache quando vengono posti in prima pagina stupri ad opera di immigrati all’inizio dell’anno e con l’intensificarsi dei barconi di clandestini nella primavera. E mentre i dati sulla presenza degli immigrati a livello europeo mostrano la non esistenza del problema immigrazione spropositata cosi’ come invece ci viene presentato dai nostri politici, in particolare dalla Lega e PDL, i dati ISTAT 2006 contraddicono la campagna anti-straniero violentatore, in quanto ci mostrano che solo il 3,5% degli stupri sono commessi da uomini estranei alla donna e di questi una minima parte sono immigrati, il resto e’ compiuto da amici, conoscenti, fidanzati o ex fidanzati, mariti o ex mariti. Il problema non e’ dunque l’immigrato violentatore ma una societa’ quella italiana che non rispetta una donna libera ed emancipata ed ancora soffre i sintomi patriarcali di un maschilismo violento ed ingiusto e che, a quanto pare, non sembra affatto sconfitto dalle campagne e dall’impegno delle nostre madri negli anni scorsi, e purtroppo a volte subisce il fascino e l’appoggio delle giovani donne di oggi.

Il tema immigrazione ha nuovamente calamitato le attenzioni di media e politica quando lo scorso 7 maggio una nave di immigrati intercettata in acque internazionali tra la Sicilia e Malta e’ stata respinta, cioe’ “accompagnata” dai nostri militari in Libia. L’operazione e’ stata definita “una svolta storica” da Maroni ed e’ stata difesa da Berlusconi. Il tutto ha avuto luogo grazie ad un accordo bilaterale firmato il 12 agosto del 2004 da Berlusconi e Gheddafi, nel quale erano presenti le scuse alla Libia e con il quale ci siamo impegnati a pagare 5 miliardi di dollari in 20 anni, in cambio di una via preferenziale nella costruzione e progettazione di nuovi impianti energetici ed infrastrutture in territorio libico da parte delle imprese italiane e del libero ingresso in Libia degli italiani espulsi nel 1970, l’accordo prevedeva inoltre l’impegno da parte della Libia a controllare le sue coste ed evitare le partenze dei clandestini e a quanto pare anche ad accettare i cosiddetti respingimenti. Aggiungere “a quanto pare” e’ d’obbligo poiche’ l’accordo e’ stato mantenuto segreto e non solo non vi e’ traccia negli atti parlamentari ma l’Italia si è rifiutata di rendere pubblici gli atti nonostante le formali richieste avanzate dal Parlamento Europeo, dal Comitato Diritti Umani delle Nazioni Unite e da organizzazioni non governative. Tralasciando il fatto che la Libia sia una dittatura governata dal generale Gheddafi, dove non esiste la liberta’ di stampa, di pensiero, parola ed opinione, e che sia stata posizionata all’ultimo posto nella classifica delle liberta’ da Freedom House, cio’ che l’Italia ha fatto e’ qualcosa di inconcepibile per qualsiasi stato civile: non si tratta infatti di esercitare il diritto di uno Stato a rifiutare sul suo territorio la presenza di determinati cittadini, ma si tratta del non rispetto dei piu’ elementari diritti dell’uomo, stipulati nella Convenzione di Ginevra ed in questo caso non firmata dalla Libia di Gheddafi, si tratta nel non rispetto da parte dell’Italia del diritto di asilo politico. Tali diritto non e’ stato rispettato quando non si permette a degli immigrati, clandestini o meno, di chiedere asilo politico, e li si spedisce in un altro paese, in questo caso non libero, non democratico, che non ha firmato la Convenzione di Ginevra e che non da alcuna garanzia sul futuro di quelle persone. Clamore hanno suscitato le critiche dell’Unione Europea e del portavoce del Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon che ha sostenuto la missiva dell’Unhcr al Governo italiano; ma la risposta all’Unione Europea del Ministro Maroni non si e’ fatta attendere, adducendo la colpa ad un Europa disinteressata al problema immigrazione dal momento che non e’ mai intervenuta in materia. In effetti risulta impossibile contraddire in questo il ministro italiano, che pero’ allo stesso tempo commette autogol, bisogna infatti ricordare al ministro italiano che l’Europa porta avanti cio’ che il Parlamento Europeo discute, e le discussioni nel Parlamento Europeo sono sollecitate dagli Europarlamentari, e quindi bisogna ricordare ai nostri rappresentanti politici che non possiamo aspettarci che l’Eurodeputato finlandese, seppur in media presente al 90% delle sedute, si preoccupi di un problema italiano dovuto alla nostra incapacita di porre in atto politiche migratorie serie.

Ebbene si perche’ il problema torna ad essere non l’Europa che si disinteressa della problematica italiana, ma gli Europarlamentari italiani che non svolgono il loro lavoro. Per riportare alcuni dati nel 2004 la presenza degli italiani alle sessioni di voto era pari al 56%, contro l’83% dei tedeschi e l’81% dei greci, non solo ma l’attuale Ministro Brunetta, quando era deputato al Parlamento europeo, aveva una percentuale di presenze pari al 48% (dati Il Piccolo di Trieste), lottando per il podio degli assenteisti. Secondo un’analisi condotta dalle Acli, tra il 1999 e il 2001 quando non aveva incarichi di governo, Silvio Berlusconi è stato assente al 92,4% delle sedute del Parlamento europeo e gli altri rappresentanti del suo partito sono stati i piu’ assenteisti di tutto il Parlamento. La stessa inchiesta pone al primo posto i finlandesi con l’89,5% delle presenze, a seguire belgi 89,3%, olandesi 88,7% e ultimi in classifica gli italiani con il 68,6% di presenze, a ben tredici punti di distanza dai penultimi che risultavano essere i cugini francesi con il 79,5% di presenze. Il problema e’ che i nostri parlamentari sono anche i piu’ pagati e non solo i piu’ assenteisti: un parlamentare polacco guadagna 28 mila euro, uno spagnolo 39 mila, uno svedese 61 mila, superato di poco dal francese con 63 mila, un britannico si attesta a circa 82 mila, di poco inferiore al tedesco con 84 mila, un italiano invece sfiora i 150 mila euro, quasi il doppio sia dei britannici che dei tedeschi, e ben quindici volte più di un ungherese, non solo ma bisogna aggiungere anche i benefit e le indennità di spese generali e quelle per i portaborse che, per gli italiani, variano tra i 30.000 e i 35.000 euro. Sempre rimarcando il problema assenteismo, il 14 gennaio scorso il Parlamento europeo ha votato un irrigidimento delle norme contro l’assenteismo ed e’ stato approvato quasi all’unanimita’ con i voti contrari dei nostri eurodeputati del PDL e questo la dice lunga sul perche’ non si affrontano problemi legati all’Italia all’interno del Europarlamento.

Quindi tornando all’immigrazione credo che sia doveroso da parte dell’Italia iniziare un lavoro vero di analisi e studio della situazione, con creazione di proposte, leggi e programmazioni serie, cosi’ come avviene negli altri Paesi Europei e negli Stati Uniti, e credo che sia necessario ricordare a chi si candida alle prossime europee che la presenza alle sedute del Parlamento Europeo e’ d’obbligo e non opzionale se veramente si vuole iniziare un dibattito in materia. Ma cio’ che ritengo fondamentale e’ ritornare a sottolineare l’importanza dei diritti umani, partendo proprio dall’assicurare il diritto di asilo politico, perche’ nel momento in cui si tollera il non rispetto anche solo di un diritto o parte di esso, tutti gli altri diritti sono in pericolo.

LUCIA PALMERINI

(15 maggio 2009)

15 maggio 2009 Pubblicato da | Immigrazione, Interni, Politica, Scritti da Lucia Palmerini | Lascia un commento

“Gran brutta malattia il razzismo. Più che altro strana: colpisce i bianchi ma uccide i neri” (Albert Einstein)

“Caro fratello bianco
quando nasco, io sono nero
quando cresco, io sono nero
quando sono malato, io sono nero
quando sto al sole, io sono nero
quando ho paura, io sono nero
quando muoio, io sono nero!
Quando nasci, tu sei rosa
quando cresci, tu sei bianco
quando sei malato, tu sei verde
quando stai al sole, tu sei rosso
quando hai freddo, tu sei blu
quando hai paura, tu sei giallo
quando muori, tu sei viola!
Chi di noi due è di colore?
(Vilmar)

“Non mi chiamare straniero perché sono nato lontano o perché ha un nome diverso la terra da dove vengo.
Non mi chiamare straniero e non pensare da dove vengo, meglio sapere dove andiamo, dove ci porta il tempo.
Non mi chiamare straniero, il tuo grano è come il mio grano, la tua mano come la mia
il tuo fuoco come il mio fuoco e la fame non avvisa mai, vive cambiando padrone.
E mi chiami straniero perché mi ha portato qui un viaggio, perché sono nato in un altro Paese,
perché conosco altri mari e salpai un giorno da un altro porto, ma sempre sono uguali al momento dell’addio i fazzoletti e le pupille confuse di chi lasciamo lontano, gli amici che ci chiamano per nome
e sono le stesse preghiere e l’amore di colei che sogna il giorno del ritorno.
Non mi chiamare straniero, portiamo lo stesso grido, la stessa vecchia stanchezza che viene trascinando l’uomo dall’inizio dei tempi, quando non esistevano frontiere, prima che venissero loro,
quelli che mentono, che vendono i nostri sogni, quelli che inventarono un giorno questa parola: straniero.
Non mi chiamare straniero che è una parola triste, è una parola gelata, ha il puzzo dell’oblio e dell’esilio.
Non mi chiamare straniero, guardami bene negli occhi molto più in là dell’odio, dell’egoismo e della paura.
E vedrai che sono un uomo. Non posso essere straniero!”
(Rafael Amor)

“Se io vinco sono un americano, non un nero americano. Ma se faccio qualcosa di sbagliato, allora diranno che sono un negro”
(Tommie Jet Smith sul podio di Mexico ’68).

“Vivere nel mondo d’oggi ed essere contro l’uguaglianza per motivi di razza e colore è come vivere in Alaska ed essere contro la neve”
(William Faulkner).

“Patriottismo, nazionalismo e razzismo stanno fra di loro come la salute, la nevrosi e la pazzia”
(Umberto Saba)

13 maggio 2009 Pubblicato da | Cultura, Immigrazione | 1 commento

SIAMO TUTTI UN POPOLO DI MIGRANTI

“Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.
La relazione così prosegue: “Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni
che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912

rainews.it

12 maggio 2009 Pubblicato da | Esteri, Immigrazione, Interni, Politica | Lascia un commento

   

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