Difendere la Legge 194
Credo nel diritto di manifestare qualunque opinione, anche quella di chi vorrebbe cancellare la Legge 194 espressa durante la manifestazione a Roma della settimana scorsa. Credo nel diritto di esprimere il proprio pensiero, il mio viene rappresentato in pieno da questa immagine tratta da La rete delle reti femminili
Femminicidio: 55 vittime in 123 giorni
Sono già 55 le vittime nel 2012 della violenza di compagni, mariti, fratelli. 55 donne. 55 nomi. 55 come i cartelli mostrati davanti a Montecitorio ieri durante il flashmob organizzato contro la violenza sulle donne da TILT.
Sono state 127 nel 2010, 137 nel 2011 e già 55 nei primi mesi del 2012 le donne uccise dai loro compagni, fratelli, mariti. I media li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia – si legge in un comunicato – Si tratta invece di una pratica violenta di matrice non patologica ma culturale. Il nome che la identifica è femminicidio, neologismo in uso già da anni anche in Italia, che indica la distruzione fisica, simbolica, psicologica, economica, istituzionale della donna. Rashida Manjoo, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne in visita nel nostro Paese alla vigilia dell’8 marzo scorso, ha ribadito che in Italia ormai si deve parlare di femminicidio».
Tilt
Che fine farà il nucleare in Giappone? Occhio a Miss Plutonio
Un articolo di Giulia Pompili interessantissimo, che consiglio vivamente di leggere. Lucia Palmerini
C’era una volta Denko-chan, la mascotte della Tepco. C’era una volta perché qualche giorno fa la società che gestisce l’impianto nucleare di Fukushima ha deciso di “licenziarla”, ufficialmente per coprire quel buco di due miliardi e mezzo di yen dovuto ai risarcimenti delle famiglie degli sfollati. In realtà c’è di più, perché mentre il “forte vento antinuclearista soffia in Giappone”, come ha scritto il quotidiano Manichi in un editoriale di ieri, Denko-chan agli occhi dei giapponesi è ormai tutt’altro che un’eroina. E cominciano a prendere il suo posto ben altre figure.
La Tokyo Electric Power, società al centro dello scandalo per la gestione dell’emergenza dell’11 marzo scorso in Giappone, sin dagli anni Novanta, quando ha iniziato a produrre energia elettrica per uso domestico dal nucleare, aveva cercato di costruirsi un’immagine familiare e rassicurante puntando sui personaggi dei manga (i fumetti giapponesi) e dei cartoni animati. Il più famoso è sicuramente Denko-chan, e il suo nome si traduce letteralmente “ragazzina elettricità”. Durante gli spot che la Tepco mandava periodicamente nella zona del Kanto, la ragazzina – occhi da cerbiatta, coda di cavallo e fiocco rosso su grembiule e ciabatte – insegnava alle donne come non sprecare energia elettrica e rendere efficiente il lavoro della Tepco: per esempio sistemando ordinatamente le derrate nel frigorifero, o assicurandosi di aver spento gli elettrodomestici se non in uso. Denko-chan, da venticinque anni al servizio della Tepco con il suo dito indice sempre puntato a monito e la sua frase a effetto, “prenditi cura dell’elettricità!”, era diventata così famosa che la Tepco ne aveva fatto ogni sorta di gadget: bavaglini, pupazzetti, penne. Il personaggio creato dalla penna di Shungiku Uchida, famosa scrittrice e disegnatrice (in Giappone le due attività sono strettamente collegate) era talmente attivo da meritarsi addirittura una versione porno non autorizzata.
Un portavoce della Tepco, intervistato dal Wall Street Journal, ha detto: “Abbiamo sospeso il personaggio subito dopo la tragedia dell’11 marzo del 2011, ma abbiamo deciso di non rinnovare il nostro contratto con l’illustratore di Denko-chan per il prossimo anno fiscale (aprile 2012) come contributo alla razionalizzazione dei costi”. In realtà Denko-chan non è l’unica epurata dal sistema pro nucleare giapponese. Negli anni Novanta la propaganda per l’atomo di Tokyo aveva portato alla creazione di Pluto-kun, il ragazzo plutonio, simpatico pupazzetto con un casco verde in testa, un paio di antenne e il simbolo chimico del plutonio, PU, sulla fronte. La società di ricerca non governativa che lo aveva adottato come mascotte chiuse nel 1998 dopo una serie di incidenti nucleari. Nel frattempo, però, Mr. PU aveva già creato parecchi problemi – per esempio per quel video didattico trasmesso nelle scuole dove Pluto-kun stringe la mano a un ragazzo che durante la merenda invece del succo di frutta beve una bevanda a base di plutonio.
Poi c’era Terra-chan, un mappamondo sorridente con mani piedi e un berretto da baseball, posto all’ingresso del parco giochi della centrale nucleare di Tokai, gestita dalla società Japan Atomic Power. L’impianto di Tokai è meno famoso di quello di Fukushima, ma l’intera centrale non fu riattivata dopo il terremoto e il maremoto dell’11 marzo 2011 che causò dei danni al reattore numero 2. Terra-chan è ancora lì, all’ingresso del “giardino dell’Atomo”, un parco giochi dotato di laghetto, cascate e labirinti. Anche il parco è stato chiuso, e Terra-chan ha assunto i colori sbiaditi della mascotte in pensione.
Nuclear Boy non è stato esattamente una trovata della Tepco, ma rappresenta l’ultima occasione per rendere la società simpatica ai giapponesi e ridurre i danni del disastro. Pochi giorni dopo l’incidente nucleare alla centrale di Fukushima, l’artista Kazuhiko Hachiya, specializzato in comunicazione scientifica per bambini, creò Nuclear Boy, la traduzione di Genpatsu-kun, per raccontare cosa stesse succedendo alla centrale nucleare e per dare le prime direttive contro il nuovo nemico invisibile dei bambini giapponesi, le radiazioni. L’impianto, nelle sembianze di Nuclear Boy, era diventato un bambino buono con il mal di pancia e che rischiava di farsela nelle mutande. Le radiazioni, invece, erano metaforicamente rappresentate dai peti del bambino, che rendono necessario l’allontanamento dalla zona per non morire dalla puzza nauseabonda. I tecnici della Tepco erano diventati i dottori, con tanto di camice e siringhe, che si alternavano per curare Nuclear Boy con le due medicine, acqua e boro. Il cartone animato poi esortava a pregare, affinché Genpatsu-kun stesse meglio, e per “ringraziarlo di tutta l’energia che ci ha regalato in questi anni”.
L’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, nonostante tutti gli sforzi delle società che gestiscono gli impianti di minimizzare, ha traumatizzato le coscienze dei giapponesi. Il governo di Tokyo è ancora lontano dall’approvare il referendum per l’abolizione del nucleare, nonostante le associazioni antinucleariste abbiano raccolto molte più firme di quelle richieste (trecentomila solo nella prefettura di Tokyo). Secondo la stampa giapponese le piccole comunità, evidentemente molto prima delle grandi metropoli, si stanno abituando senza traumi all’assenza dell’energia nucleare. Per esempio nella prefettura di Fukui, quella a più alta concentrazione di impianti. Nella baia di Wakasa ce ne sono quattordici. Quando qualche giorno fa è stato spento l’ultimo ancora in funzione, chiuso per manutenzione ordinaria, l’intera regione del Kansai si è dovuta confrontare con la produzione di energia alternativa. Secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano Yomiuri Shimbun giorni fa, l’ottanta per cento dei giapponesi non si fida delle relazioni del governo e delle società che gestiscono gli impianti. Se il Giappone sarà costretto presto a rivedere la politica energetica, dopo l’11 marzo qualcosa è cambiato definitivamente nelle coscienze dei giapponesi.
Moto Hagio è una leggenda del Sol Levante. Scrittrice e novellista, è considerata una delle autrici che negli anni Sessanta ha reinventato lo shoujo, i fumetti manga destinati a un pubblico femminile. Nell’ottobre del 2011 ha creato il primo personaggio dei fumetti che ricordava il disastro nucleare di Fukushima. Pubblicato periodicamente sulla rivista femminile Flowers, il manga Pluto no fujin ha per protagonista miss Plutonio, praticamente l’antagonista bella di Denko-chan. Ha ventiquattromila anni ma se li porta benissimo, nella tutina nera che ricorda quelle di Sailor Moon, o di Lady Gaga. E’ avvenente, miss Plutonio, e riesce a portare dalla sua parte con diversi strumenti, scienziati, politici e scrittori. Il significato del manga, spiegato dalla stessa Moto Hagio in un editoriale sul Courrier International, è quello degli uomini deboli, che si lasciano sedurre facilmente da una sostanza artefatta e molto, molto pericolosa. Ma sempre su Flowers Moto Hagio ha scritto e disegnato anche la commovente Nanohana, legata alla tragedia dell’11 marzo. Ambientata a Chernobyl, la protagonista del manga si chiama Naho, una ragazzina originaria di Fukushima che con la famiglia si è trasferita lontano dalla sua terra per sfuggire al pericolo delle radiazioni e una notte sogna la nonna, il cui corpo è ancora disperso. Di fronte a tutto questo, Denko-chan, la casalinga piena di buoni propositi, ha perso. Adesso il nucleare in Giappone è tutto nelle mani di miss Plutonio.
Pubblicato il 18 marzo da Il Foglio Quotidiano
Lettera di un professore
L’Università ha molte colpe ma gli studenti ne hanno di più: la metà degli iscritti è fuori corso e il 60% di essi non si laureerà mai.
Gli italiani forse non sanno che le tasse universitarie coprono un terzo del costo di ogni studente. Il resto lo paghiamo noi.
Una proposta: abolire il fuori corso o almeno far pagare a loro il costo reale della permanenza all’università. E non si tiri fuori il discorso degli studenti lavoratori: sono meno dell’8% degli iscritti.
Molti perditempo sarebbero costretti a cercarsi da subito un’occupazione.
Prof. Francesco Vittorio Costa
Università di Bologna
Fonte: www.liberoquotidiano.it
Der Spiegel, i tedeschi sono altri
di LUCIA PALMERINI

Che abbiano esagerato non c’è dubbio, che abbiano scritto delle assurdità è assodato, come è ancora più certo che non rappresentino il pensiero dei tedeschi. In Germania ci ho vissuto, paese freddino all’inizio, riservato, protettivo della privacy e delle vite dei suoi cittadini, ma caldo nell’accettare chi si integra, chi rispetta la loro freddezza e distanza. La Germania è il paese in cui ho fatto amicizia più velocemente, il paese in cui quando stavo male una ragazza tedesca mi ha dato le prime cure ed è ora una mia grande amica, non mi conosceva, non sapeva chi fossi, ma non ha esitato ad aprire alla porta quando di notte moribonda ho bussato con 40 di febbre chiedendo aiuto. Un’esperienza unica vivere in Germania, li ricordo per la fissazione delle regole, per la puntualità, uso delle cinture, richiesta dei documenti all’ingresso di ogni locale e per l’acquisto di sigarette. Ricordo la Germania come il primo posto in cui ho cominciato ad indossare un orologio, io che uscivo di casa e aspettavo a Roma interminabili ore l’autobus per andare agli allenamenti di pallavolo, scoprivo gli orari precisi e puntuali di treni e bus. Io che non avevo idea di cosa fosse veramente la raccolta differenziata, ho imparato subito in Germania a districarmi tra le miriadi di cassonetti, dividere il vetro verde da quello blu, da quello bianco o marrone. Dividere i tipi di plastica, la carta dal cartone, e riportare le bottiglie vuote per cui era previsto il pfand al supermercato (pfand significava che riportando la bottiglia vuota indietro venivi rimborsato di un determinato ammontare).
Leggere l’articolo di Der Spiegel mi ha infastidito, non mi è piaciuto come non mi sono piaciuti gli altri articoli che lo stesso giornale ha pubblicato sull’Italia. Articoli scritti con il senso dell’odio e della superiorità, dell’ignoranza e della superficialità. Tutte caratteristiche che non sono dei tedeschi, dei miei amici tedeschi, e sono convinta che sono in pochi a condividere quelle parole, quelle frasi. Sapere che il direttore di Der Spiegel è un italo-tedesco è ancora più assurdo ma riflette quell’essere esterofili che solo noi italiani abbiamo, quel dover parlare male dell’Italia e degli italiani che ci contraddistingue e ci mette al centro delle notizie di tutto il mondo.

Noi Italiani siamo talmente innamorati del nostro paese che non riusciamo ad apprezzarlo, a proteggerlo, a salvaguardarlo. Come un uomo innamorato che non sa amare e alla fine finisce per perdere tutto. Così siamo noi italiani, ed ancora peggio se ci troviamo all’estero. Arrabbiati per non poter essere nel belpaese (arrabbiati per non poter essere con la nostra amata) ce la prendiamo con chi invece vi è rimasto.
Der Spiegel ha detto che non siamo una razza. Hitler definiva i tedeschi (gli ariani) una razza superiore, e Sallusti (direttore de Il Giornale) ha fatto bene a sottolinearlo, ma attenzione a non cadere nella provocazione, a considerare i tedeschi d’accordo con quanto scritto su di noi. Non mettiamoci allo stesso livello di uno stupidotto che ha bevuto qualche litro di birra di troppo e non riesce a dare un senso alle parole.
Noi non siamo tutti Schettino, e loro non sono tutti Hitler.
31 gennaio 2012
Pubblicato da Il Fondo Magazine
Siena, gioiello rosso in zona retrocessione
di ALDO CAZZULLO
SIENA – Non ridono più neppure i matti. I leggendari matti di Siena, trastullo dei ragazzi ma in fondo amati, integrati: il più allegro lo chiamavano Trombetta, perché a chi lo apostrofava – «Trombettaaa!» – rispondeva ridendo «peee!». E poi Sello, che seguiva tutti i matrimoni e tutti i funerali. Benito il Diabolico, l’unico senese ad aver vinto ogni Palio: in piazza del Campo andava con i fazzoletti di ogni contrada comprese le acerrime rivali, l’Oca e la Torre, l’Istrice e la Lupa, il Montone e il Nicchio; poi si univa al corteo dei vincitori. E il Bersagliere, cui una volta annunciarono per scherzo che era stato condannato a morte, e a sorpresa non si spaventò, anzi offrì il petto: «Sono pronto! Viva l’Italia!».
Siena gioiello rosso, Siena in testa alle classifiche di ricchezza e qualità della vita, Siena paesone eppure capitale di una banca tra le più grandi d’Europa. E invece ora Siena angosciata, impoverita, di cattivo umore, da quando teme di perdere il Monte dei Paschi, che qui chiamano Babbo Monte o «la mucchina», perché tutti in qualche forma l’hanno munto: sino al 2010, oltre cento milioni di euro l’anno per il Comune e la Provincia, l’Arci comunista e la democristiana Libertas, le contrade e le parrocchie. Soprattutto, il Monte come garanzia di potenza e di serenità, il Monte che compra le partite del Siena per salvarlo dalla retrocessione – «ma se due anni fa siamo andati in serie B, dove hanno truffato noi!», sbotta il presidente della banca, Giuseppe Mussari -, il Monte onnipotente che ti assume con la qualifica di commesso, ti fa eleggere sindaco e poi ti promuove direttore generale, il Monte che governa il sistema e si costruisce pure l’opposizione interna, magari con una telefonata ovviamente intercettata tra Verdini e Mussari («ma se noi assumiamo per concorso!» assicura il presidente).
Il vero simbolo di Siena e della sua megalomania sono gli archi giganteschi e l’immensa facciata – che qui chiamano appunto il Facciatone – di una Cattedrale incompiuta. Pur di superare i fiorentini, i senesi sognarono di erigere la più grande chiesa della cristianità, di cui il vecchio Duomo sarebbe diventato il transetto. Arrivò prima la peste (maggio 1348), che dimezzò gli abitanti, riducendoli a meno di 20 mila. Della nuova Cattedrale non si parlò più. Anche in età moderna, Siena non ha perso la sua megalomania. Una città di 55 mila abitanti si concede una squadra di calcio in serie A e in semifinale di Coppa Italia, una squadra di basket che vince cinque scudetti di fila e in Coppa Campioni batte il Real Madrid a casa sua, 500 avvocati, due quotidiani, Salvatore Accardo che insegna e suona all’Accademia Chigiana, un centro di ricerche biotecnologiche con cento scienziati che tra loro parlano inglese, e una Fondazione che per anni ha controllato il 50% del Monte, e ora non più. La banca si salverà. Il vero timore è che non sarà più la banca di Siena.
Tra il Monte e la Fondazione ci sono cinque minuti, il tempo di scendere dalla Rocca Salimbeni a piazza del Campo. Nella Rocca regna l’uomo più potente della città e tra i più potenti del Paese, il presidente dell’Associazione banche italiane Giuseppe Mussari, 49 anni, che qui chiamano Belli Capelli per la capigliatura fluente. Ci riceve molto cortese e molto guardingo. Vorrebbe tranquillizzare ma si vede che è un po’ in ansia, si muove tra l’I-Pad e il computer entrambi connessi sugli scambi azionari della banca di cui tra poco non sarà più presidente. Nel suo accento calabrese – madre senese, ostetrica, padre di Catanzaro, cardiologo -, Mussari spiega che è inevitabile per la Fondazione rinunciare al 50% di una banca che non è più la sesta ma la terza d’Italia. Difende l’operazione Antonveneta, pagata 9 miliardi un minuto prima che crollasse la finanza internazionale. Avverte che la situazione è grave e seria, ma non solo per la città, per il Paese intero. Racconta come è stato scelto il nuovo direttore generale, Fabrizio Viola: sul mercato, senza consultare i sindacati, con una scelta di rottura rispetto alla prassi concertativa. Ora Viola sta cercando di evitare un nuovo aumento di capitale. In ogni caso, la Fondazione dovrà scendere, forse al di sotto del 33%, cedendo quote ai soci privati – ma Caltagirone si è appena dimesso dalla vicepresidenza e sta disinvestendo dal Monte per puntare su Unicredit -, oppure trovando un compratore esterno, di cui la Fondazione diventerebbe azionista. Qualunque sarà la strada, sostiene Mussari, Siena non ha nulla da temere, se anche per assurdo arrivasse un cinese mica potrebbe portare via la ricchezza accumulata in sei secoli dalla comunità: «Non commento le questioni della Fondazione, in ogni caso il Duomo non ha le ruote. Accardo non viene qui per i soldi, ma perché qui ha studiato, ha molti amici, si trova bene. La Novartis investe perché c’è un’antica cultura dei vaccini e i ricercatori vengono più volentieri che in altre parti del mondo. Il modello Siena resiste: qualità ambientale, arte, territorio; andiamo tutti d’accordo senza rubarci il ruolo l’uno con l’altro». E i settanta indagati per l’aeroporto, lei compreso, e per il crac dell’università? «Si può sbagliare ad applicare una norma. Ma, da quando sono qui, processi per corruzione e concussioni non ce ne sono mai stati. Di soldi ne sono girati tanti, però tra persone normali, che non vanno al mare ai Caraibi ma a Follonica, che non hanno la Ferrari ma la Panda. Io vado in ufficio in motorino». E la massoneria? «Sono a Siena dai tempi dell’università, e la massoneria non l’ho mai incrociata».
E invece è proprio il modello Siena a vacillare. Un miliardo i debiti della Fondazione, oltre 200 milioni quelli dell’università, l’ateneo di Fortini e Luperini eroso dal clientelismo, per cui ci sono più impiegati che docenti e lettori. E nella classifica delle città italiane Siena è retrocessa all’ottavo posto; il che non sarebbe poi un dramma, se settima non fosse Firenze. A sentire gli oppositori, il leghista Francesco Giusti – «io del Monte sono un operaio, mi hanno preso al call-center» – e il candidato sindaco delle liste civiche Gabriele Corradi, padre di Bernardo il calciatore, sta venendo giù tutto. Compreso il sistema per cui «anche i nobili, anche i discendenti dei Papi come i Piccolomini votano a sinistra»; il temuto blogger Raffaele Ascheri detto «l’eretico» si becca decine di querele se osa denunciare massoni e cacciatori di frodo («Cinghialopoli», lo scandalo delle battute notturne a cinghiali, daini, caprioli); i massoni sono molti di più di quelli dichiarati come Stefano Bisi direttore del Corriere di Siena ed Enzo Viani ex presidente dell’Aeroporto; il sindaco veniva pescato tra i sindacalisti del Monte e poi, a servizio reso, promosso e magari trasferito all’estero, come Pierluigi Piccini, ora vicedirettore generale di Mps France, o Maurizio Cenni, vicedirettore vicario di Mps gestione crediti. Ma «senza lilleri non si lallera», con i soldi è finita anche la festa, e basta una passeggiata in centro per rendersene conto.
Via Pantaneto, la strada dei palazzi affrescati, delle stamperie, delle antiche farmacie, è diventata una piccola kasba di negozi dell’usato, lavanderie a gettone, ristoranti cinesi. L’emporio musicale di via Montanini, dove generazioni di senesi hanno comprato i loro strumenti, ha traslocato in periferia, il suo concorrente Olmi ha chiuso. Chiusa la libreria Ticci di piazza Indipendenza, chiuso il Palazzo delle Papesse centro di arte contemporanea, chiusa la galleria di via Cecco Angiolieri, chiusa la storica cartoleria Biccherna a un passo dalla sede del Monte, dove i commercianti paventano l’apertura di un sex shop. Via di Città, la strada degli antiquari, è diventata il suk del cuoio. Racconta Emilio Giannelli – nipote e pronipote di due presidenti del Monte, Emilio ed Enrico Falaschi, a sua volta capo dell’ufficio legale prima di iniziare la nuova vita di vignettista del Corriere – che sotto casa sua, in via della Sapienza, contrada del Drago, hanno chiuso il fruttivendolo, il lattaio, il macellaio. Perché Siena «era città di soggiorno ed è diventata città di passaggio», i turisti comprano il panforte da Nannini e ripartono, e anche qui cominciano a vedersi le insegne simbolo della crisi italiana: «Compro oro», «tutto a un euro», «pizza al taglio», «sala bingo».
In centro vivono oggi 12 mila senesi, meno che dopo la pestilenza. Eppure, come rivendica il sindaco Pd Franco Ceccuzzi – finalmente uno che non ha mai lavorato al Monte -, guardingo e preoccupato non meno di Mussari, questo resta il più bel borgo medievale d’Italia, e quindi del mondo. Lunedì scorso c’è stato uno stupro, subito fuori le mura, ed è stato vissuto come una ferita dall’intera città, paginate in cronaca per una settimana. L’università sarà in rosso ma ha superato i 20 mila iscritti e secondo il Censis ha la migliore facoltà di lettere d’Italia. La linea di pullman Sita ogni giorno porta da Firenze un buon numero di pendolari, tra cui clochard che vengono a mendicare in una città più ricca, come i senesi amano raccontare con lo stesso orgoglio con cui rievocano la vittoria di Montaperti («e lo stendardo dei fiorentini fu trascinato per le strade legato alla coda di un asino…»).
Il Medioevo si respira ancora, nella surreale discussione della contrada dell’Oca sul voto alle donne ma anche nello spirito di comunità, che resiste da quando le classi sociali vivevano e morivano spalla a spalla, all’ospedale di Santa Maria della Scala si affrescavano sulle volte le anime che salgono in cielo e si gettavano nel Carnaio i morti di peste, e le ossa ancora spuntano dalla terra. Il sacro e l’esoterico convivono da sempre, nel Duomo è intarsiato Ermete Trismegisto accanto alla Vergine, e nella cella di Santa Caterina l’allarme è ora disattivato perché di notte suonava sempre, forse per un fantasma. Al ristorante storico, da Guido, convivono i vip globali e le glorie locali, Mel Gibson e Adù Muzzi capo storico della Tartuca, Tyron Power e Luigi Bruschelli detto Trecciolino che vince a braccia levate il suo dodicesimo Palio.
La campagna incantevole che si vede dal Facciatone è la stessa affrescata da Lorenzetti come esempio di buon governo, le colline levigate, le vigne e gli ulivi, un paesaggio della mente. Nudi come nel Medioevo si presentano i tetti, si è già oltre la civiltà dell’antenna, l’intera città è cablata. E si comprende bene, quassù, come Siena sia figura dell’Italia intera, Paese corporativo e viziato, spaventato dai privilegi che sfumano e dalla ricchezza che evapora, ma straordinario non solo per cultura e bellezza ma per la tenuta sociale, per la solidarietà di fronte agli eventi estremi, alla morte, alla malattia, alla fragilità umana. I senesi amano raccontare anche di puerpere trascinate di peso nottetempo da una parte all’altra del Campo perché il nascituro non fosse dell’Oca o della Torre; ma quando muore il priore o il capitano dell’Oca, in chiesa al posto d’onore c’è la bandiera della Torre, e lo stesso accade tra Istrice e Lupa, tra Montone e Nicchio. Fino a qualche tempo fa, ai funerali c’era anche il Sello. Ora non lo si vede da tempo, e neppure Trombetta e il Diabolico. Ora, nel tragitto tra il Monte e il Campo, c’è un mendicante con la barba che a tutti spiega di non essere forestiero – «guarda che io so’ di Siena» –, e ogni euro che scuce corre a giocarselo al gratta e vinci.

30 gennaio 2012
Fonte: www.corriere.it
Fuoricorso “sfigati”, inutili e costosi
di LUCIA PALMERINI
Le parole del Viceministro del Lavoro Michel Martone sugli studenti hanno creato non poco scompiglio costringendolo anche a rettificare il messaggio per evitare troppe polemiche.
«Dobbiamo iniziare a dare nuovi messaggi culturali: dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto professionale sei bravo e che essere secchioni è bello, perché vuol dire che almeno hai fatto qualcosa».Eppure non posso che essere d’accordo con il nostro viceministro. I dati parlano chiaro ci si laurea sempre più in ritardo, gli istituti professionali vedono diminuire il numero di iscritti, e mentre i laureati (soprattutto quelli fuoricorso) restano disoccupati sono sempre maggiormente richiesti lavoratori specializzati in mestieri “manuali”.
![]()
Non esiste più la garanzia di un’occupazione per chi si laurea, specialmente se la tanto acclamata laurea si ottiene fuoricorso, senza conoscere una seconda lingua, senza aver mai vissuto un’esperienza all’estero e senza aver mai svolto un cosiddetto lavoretto per mantenersi. Inutile iscriversi ad un corso di laurea se si ha l’intenzione di laurearsi con calma. Genitori mettetevi l’anima in pace, un mondo di soli laureati non esiste da nessuna parte e non sarebbe sostenibile ed i tempi del posto fisso grazie alla laurea sono finiti da troppo tempo. Fossi stata al posto del viceministro avrei usato termini diversi, invece che sfigati, li definerei sicuramente inutili, costosi ed un peso per la società.
Vengono invece premiati quei ragazzi che scelgono il mercato del lavoro da piccoli, che frequentano istituti professionali, che decidono magari contro la volontà dei genitori che li vorrebbero laureati di andare a lavorare, e che con faticosa gavetta riescono a crearsi la loro professione, a conquistarsi i loro clienti e la loro indipendenza.
Evitiamo polemiche sterili, le parole di Martone sono corrette ed evidenziano la realtà che ci corconda. Fuoricorso non lamentatevi se non trovate lavoro a 27-30-40 anni senza alcuna esperienza alle spalle ma magari una laurea in tasca, chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Giampaolo Pansa su Giorgio Bocca
Giorgio Bocca
“Oggi è un antifascista d’acciaio, ma prima di fare il partigiano è stato un fascista scaldato e anche un razzista antisemita. Oggi è tra i più aspri nemici di Silvio Berlusconi, ma ha lavorato per la televisione del Cavaliere e con ottimi contratti: ‘L’ho fatto per i soldi’, ha spiegato in un’intervista a Oreste Pivetta per ‘l’Unità’ del 14 marzo 2006. Oggi è antileghista, ma ha tifato per la Lega di Umberto Bossi: li chiamava i nuovi partigiani. Oggi difende i post-comunisti, ma è stato un loro avversario molto polemico. E sempre con lo stesso stile umano. Nei tanti mutamenti, l’Uomo di Cuneo ha sempre conservato intatto un connotato, quello iniziale, di quando era un giovane fascista: il carattere arrogante, del tipo pronto a manganellare con le parole chi non la pensa come lui o lo disturba con articoli e libri che lui non è in grado di scrivere. Con il passare degli anni, è diventato un vecchio signore che vuole sempre azzannare e farsi temere. L’Uomo di Cuneo è l’esatto contrario del tipo generoso. Per lui, gli altri contano meno di nulla. Il suo mondo professionale ha sempre avuto un solo abitante con diritto di parola: lui stesso.”
Giampaolo Pansa in La grande bugia

Giampaolo Pansa




Da sempre sono appassionata di temi riguardanti l’economia e la politica ed attraverso questo blog spero di condividere idee ed opinioni con gli altri.
