Difendere la Legge 194
Credo nel diritto di manifestare qualunque opinione, anche quella di chi vorrebbe cancellare la Legge 194 espressa durante la manifestazione a Roma della settimana scorsa. Credo nel diritto di esprimere il proprio pensiero, il mio viene rappresentato in pieno da questa immagine tratta da La rete delle reti femminili
Femminicidio: 55 vittime in 123 giorni
Sono già 55 le vittime nel 2012 della violenza di compagni, mariti, fratelli. 55 donne. 55 nomi. 55 come i cartelli mostrati davanti a Montecitorio ieri durante il flashmob organizzato contro la violenza sulle donne da TILT.
Sono state 127 nel 2010, 137 nel 2011 e già 55 nei primi mesi del 2012 le donne uccise dai loro compagni, fratelli, mariti. I media li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia – si legge in un comunicato – Si tratta invece di una pratica violenta di matrice non patologica ma culturale. Il nome che la identifica è femminicidio, neologismo in uso già da anni anche in Italia, che indica la distruzione fisica, simbolica, psicologica, economica, istituzionale della donna. Rashida Manjoo, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne in visita nel nostro Paese alla vigilia dell’8 marzo scorso, ha ribadito che in Italia ormai si deve parlare di femminicidio».
Tilt
«Lucia voleva solo vivere nella sua Calabria»
LA LETTERA
La mamma di Lucia, una giovane di Cosenza che si è tolta la vita lanciandosi nel vuoto dal balcone della sua abitazione, scrive al Quotidiano: «Voleva vivere nella sua Calabria: è una colpa da pagare a così caro prezzo». Lucia si era laureata in Ingegneria gestionale con il massimo dei voti ma aveva un lavoro di ripiego, poco retribuito. E aveva una bimba di appena due anni.GENTILE direttore, avevo deciso di scrivere questa lettera quando tutti sarebbero andati via, lasciandomi lì, da sola, ad aspettare dietro la porta della sala di rianimazione, dove mia figlia stava affrontando, tanto per usare una frase fatta che poi tanto fatta non è, la sua ultima battaglia. Non ne ho avuto il tempo… siamo stati avvertiti che l’aveva persa… o forse l’aveva vinta.
Ed ora eccomi qui. Non so cosa le scriverò, so solo il “perché”.
Non si può banalizzare e liquidare il suo gesto come un suicidio dettato dalla depressione, come ha scritto qualche giornale; merita rispetto e maggiore attenzione.
Si parla di imprenditori che ricorrono al gesto estremo, parliamo anche dei giovani: questi giovani che noi abbiamo generato, ma che non siamo in grado ora di accompagnare nel loro percorso di speranza. Mia figlia non è mai stata banale, ha vissuto il suo breve tempo alla ricerca di qualcosa che noi, NOI TUTTI, non sappiamo più offrire a chi, come lei, vive la condizione di giovane.
Lei sì, lei sì che si è sempre impegnata, fiduciosa nei nostri insegnamenti, sicura che il merito avrebbe pagato. Ha sempre dato senza mai chiedere… ecco… senza mai chiedere. E invece avrebbe dovuto farlo, avrebbe dovuto chiedere che i suoi diritti, conquistati con impegno e sacrifici, venissero onorati.
Laureata in Ingegneria gestionale, in condizioni molto difficili, con il massimo dei voti, 110/110, si è trovata a doversi accontentare di un lavoro che non era il suo, poco retribuito, si è trovata a doversi prendere cura della sua piccolina di appena due anni, affrontando tutte le difficoltà che già conosciamo noi donne… e noi donne del Sud. E’ bella come il sole, la sua intelligenza non è stata scalfita neppure dal volo liberatorio, ma era sola! Ci adorava tanto quanto noi, familiari e amici, tanti, adoriamo lei, ma era sola! Aveva un solo difetto: portare un cognome anonimo e credere nella meritocrazia. Ingenua lei, colpevoli noi che sapevamo che le cose non vanno esattamente così… E’ sempre stata onesta, non ha mai cercato compromessi, si è sempre messa in discussione, troppo, e ci ha dato sempre il massimo… o forse no, perché, ne sono certa, se non l’avessimo uccisa, TUTTI, ci avrebbe dato di più. Perché lei è così, ha dato, sempre, senza neanche volerlo, così, naturalmente, come respirare, bere, vivere. Perché lei è così!
Cosa vogliamo fare… liquidare il suo gesto così, in maniera banale? No, non è stato un gesto da imprigionare in un trafiletto in terza pagina. E’ il gesto che ogni giovane potrebbe fare, soprattutto se giovane del Sud, questo Sud divorato negli anni – quanti 150? – da lupi famelici, da burattini – burattinai, da gente mediocre e servile, da chi chiede “per favore” ciò che dovrebbe chiedere “per diritto”, da gente incapace di governarci, da gente che bada a far quadrare i bilanci, da gente che mette al potere quei servi che dicono sempre di sì e che legano a sé con le complicità del malaffare e dei facili e lauti guadagni. No, non poteva vivere in quest’Italia asservita, e non poteva neanche allontanarsene, voleva semplicemente vivere nella sua Calabria, dov’era amata dai suoi innumerevoli amici.
E’ una colpa da pagare a così caro prezzo? Se è così, giovani, andate via, andate via e abbandonate questa Terra, noi non vi vogliamo!… E voi , mamme, non consentite che questo mostruoso Leviatano divori i nostri figli. Lottiamo insieme a loro, nella legalità, per i loro diritti, e chiediamo a testa alta ciò che è loro dovuto!
La mamma di Lucia
Fonte: Il Quotidiano della Calabria
8 marzo per fermare la violenza contro le donne
Oggi ricorre la cosiddetta Festa della Donna ma non voglio scrivere di cene, mimose o regali, ma ricordare Antonella Russo, simbolo della violenza contro le donne.
Il 20 febbraio del 2007, Antonella veniva barbaramente uccisa a soli 23 anni dall’ex-compagno della madre che aveva denunciato il giorno prima per i continui maltrattamenti subiti dalla madre.
Una ragazza di soli 23 anni ma già donna matura, decisa e assolutamente senza paura, capace di prendere posizione contro un mostro.
Voglio ricordarla come simbolo della lotta alla violenza contro le donne. Per non dimenticare ma soprattutto per continuare a credere che tutto questo finirà e che ogni donna potrà camminare senza avere paura di nessuno.
Maria Concetta Cacciola, un suicidio poco credibile

- Maria Concetta Cacciola
di LUCIA PALMERINI
Maria Concetta Cacciola era una pentita, o meglio aveva rinnegato tutta la sua famiglia appartenente alla ‘ndrangheta. Una donna che si era ribellata al triste destino di nascere figlia di criminali.
Aveva testimoniato contro le cosche più importanti e spietate calabresi. Aveva rinnegato la sua famiglia, i parenti più stretti, il marito tutt’ora detenuto in carcere, aveva denunciato traffici e affari illeciti. E la famiglia l’aveva ripudiata, il padre le aveva puntato una pistola alla testa minacciandola di non far richiesta di divorzio, ed in ogni modo avevano cercato di farla ritrattare. Fogli con la sua firma falsa, dichiarazioni non sue ma create a tavolino in cui lei avrebbe rinnegato tutto.
Maria Concetta Cacciola non si è fatta intimorire, ha continuato il suo cammino nella legalità, era entrata a far parte del programma di protezione. Ma Maria Concetta era soprattutto una mamma che per riprendersi i suoi tre figli era tornata nella sua natia Rosarno. E proprio tornata a Rosarno entra in scena il suicidio. Esce dal bagno dopo aver ingerito acido muriatico.
Oggi quel fantomatico suicidio diventa omicidio, di cui sono accusati il padre, la madre, il fratello ed altri componenti del clan.
La figlia della Fornero e parentopoli?
Silvia Deaglio, anni 32, è la figlia di Elsa Fornero (Ministro del Lavoro) e di Mario Deaglio (Professore dell’Università di Torino).
È ricercatrice in genetica medica, professore associato alla facoltà di Medicina dell’Università di Torino, il medesimo ateneo in cui insegnano, ad Economia, i suoi genitori. La figlia della Fornero è anche responsabile unità di ricerca, ruolo assegnatole dalla HuGeF, fondazione che ha come mission la ricerca di eccellenza e la formazione avanzata nel campo della genetica, genomica e proteomica umana.
La HuGeF è un’istituzione creata e finanziata dalla Compagnia di San Paolo, ente del quale la Fornero è stata vicepresidente dal 2008 al 2010 e per conto della quale è stata designata alla vicepresidenza della Banca Intesa, carica lasciata solo dopo aver ricevuto la nomina ministeriale.
Sicuramente sarà bravissima.
Siena, gioiello rosso in zona retrocessione
di ALDO CAZZULLO
SIENA – Non ridono più neppure i matti. I leggendari matti di Siena, trastullo dei ragazzi ma in fondo amati, integrati: il più allegro lo chiamavano Trombetta, perché a chi lo apostrofava – «Trombettaaa!» – rispondeva ridendo «peee!». E poi Sello, che seguiva tutti i matrimoni e tutti i funerali. Benito il Diabolico, l’unico senese ad aver vinto ogni Palio: in piazza del Campo andava con i fazzoletti di ogni contrada comprese le acerrime rivali, l’Oca e la Torre, l’Istrice e la Lupa, il Montone e il Nicchio; poi si univa al corteo dei vincitori. E il Bersagliere, cui una volta annunciarono per scherzo che era stato condannato a morte, e a sorpresa non si spaventò, anzi offrì il petto: «Sono pronto! Viva l’Italia!».
Siena gioiello rosso, Siena in testa alle classifiche di ricchezza e qualità della vita, Siena paesone eppure capitale di una banca tra le più grandi d’Europa. E invece ora Siena angosciata, impoverita, di cattivo umore, da quando teme di perdere il Monte dei Paschi, che qui chiamano Babbo Monte o «la mucchina», perché tutti in qualche forma l’hanno munto: sino al 2010, oltre cento milioni di euro l’anno per il Comune e la Provincia, l’Arci comunista e la democristiana Libertas, le contrade e le parrocchie. Soprattutto, il Monte come garanzia di potenza e di serenità, il Monte che compra le partite del Siena per salvarlo dalla retrocessione – «ma se due anni fa siamo andati in serie B, dove hanno truffato noi!», sbotta il presidente della banca, Giuseppe Mussari -, il Monte onnipotente che ti assume con la qualifica di commesso, ti fa eleggere sindaco e poi ti promuove direttore generale, il Monte che governa il sistema e si costruisce pure l’opposizione interna, magari con una telefonata ovviamente intercettata tra Verdini e Mussari («ma se noi assumiamo per concorso!» assicura il presidente).
Il vero simbolo di Siena e della sua megalomania sono gli archi giganteschi e l’immensa facciata – che qui chiamano appunto il Facciatone – di una Cattedrale incompiuta. Pur di superare i fiorentini, i senesi sognarono di erigere la più grande chiesa della cristianità, di cui il vecchio Duomo sarebbe diventato il transetto. Arrivò prima la peste (maggio 1348), che dimezzò gli abitanti, riducendoli a meno di 20 mila. Della nuova Cattedrale non si parlò più. Anche in età moderna, Siena non ha perso la sua megalomania. Una città di 55 mila abitanti si concede una squadra di calcio in serie A e in semifinale di Coppa Italia, una squadra di basket che vince cinque scudetti di fila e in Coppa Campioni batte il Real Madrid a casa sua, 500 avvocati, due quotidiani, Salvatore Accardo che insegna e suona all’Accademia Chigiana, un centro di ricerche biotecnologiche con cento scienziati che tra loro parlano inglese, e una Fondazione che per anni ha controllato il 50% del Monte, e ora non più. La banca si salverà. Il vero timore è che non sarà più la banca di Siena.
Tra il Monte e la Fondazione ci sono cinque minuti, il tempo di scendere dalla Rocca Salimbeni a piazza del Campo. Nella Rocca regna l’uomo più potente della città e tra i più potenti del Paese, il presidente dell’Associazione banche italiane Giuseppe Mussari, 49 anni, che qui chiamano Belli Capelli per la capigliatura fluente. Ci riceve molto cortese e molto guardingo. Vorrebbe tranquillizzare ma si vede che è un po’ in ansia, si muove tra l’I-Pad e il computer entrambi connessi sugli scambi azionari della banca di cui tra poco non sarà più presidente. Nel suo accento calabrese – madre senese, ostetrica, padre di Catanzaro, cardiologo -, Mussari spiega che è inevitabile per la Fondazione rinunciare al 50% di una banca che non è più la sesta ma la terza d’Italia. Difende l’operazione Antonveneta, pagata 9 miliardi un minuto prima che crollasse la finanza internazionale. Avverte che la situazione è grave e seria, ma non solo per la città, per il Paese intero. Racconta come è stato scelto il nuovo direttore generale, Fabrizio Viola: sul mercato, senza consultare i sindacati, con una scelta di rottura rispetto alla prassi concertativa. Ora Viola sta cercando di evitare un nuovo aumento di capitale. In ogni caso, la Fondazione dovrà scendere, forse al di sotto del 33%, cedendo quote ai soci privati – ma Caltagirone si è appena dimesso dalla vicepresidenza e sta disinvestendo dal Monte per puntare su Unicredit -, oppure trovando un compratore esterno, di cui la Fondazione diventerebbe azionista. Qualunque sarà la strada, sostiene Mussari, Siena non ha nulla da temere, se anche per assurdo arrivasse un cinese mica potrebbe portare via la ricchezza accumulata in sei secoli dalla comunità: «Non commento le questioni della Fondazione, in ogni caso il Duomo non ha le ruote. Accardo non viene qui per i soldi, ma perché qui ha studiato, ha molti amici, si trova bene. La Novartis investe perché c’è un’antica cultura dei vaccini e i ricercatori vengono più volentieri che in altre parti del mondo. Il modello Siena resiste: qualità ambientale, arte, territorio; andiamo tutti d’accordo senza rubarci il ruolo l’uno con l’altro». E i settanta indagati per l’aeroporto, lei compreso, e per il crac dell’università? «Si può sbagliare ad applicare una norma. Ma, da quando sono qui, processi per corruzione e concussioni non ce ne sono mai stati. Di soldi ne sono girati tanti, però tra persone normali, che non vanno al mare ai Caraibi ma a Follonica, che non hanno la Ferrari ma la Panda. Io vado in ufficio in motorino». E la massoneria? «Sono a Siena dai tempi dell’università, e la massoneria non l’ho mai incrociata».
E invece è proprio il modello Siena a vacillare. Un miliardo i debiti della Fondazione, oltre 200 milioni quelli dell’università, l’ateneo di Fortini e Luperini eroso dal clientelismo, per cui ci sono più impiegati che docenti e lettori. E nella classifica delle città italiane Siena è retrocessa all’ottavo posto; il che non sarebbe poi un dramma, se settima non fosse Firenze. A sentire gli oppositori, il leghista Francesco Giusti – «io del Monte sono un operaio, mi hanno preso al call-center» – e il candidato sindaco delle liste civiche Gabriele Corradi, padre di Bernardo il calciatore, sta venendo giù tutto. Compreso il sistema per cui «anche i nobili, anche i discendenti dei Papi come i Piccolomini votano a sinistra»; il temuto blogger Raffaele Ascheri detto «l’eretico» si becca decine di querele se osa denunciare massoni e cacciatori di frodo («Cinghialopoli», lo scandalo delle battute notturne a cinghiali, daini, caprioli); i massoni sono molti di più di quelli dichiarati come Stefano Bisi direttore del Corriere di Siena ed Enzo Viani ex presidente dell’Aeroporto; il sindaco veniva pescato tra i sindacalisti del Monte e poi, a servizio reso, promosso e magari trasferito all’estero, come Pierluigi Piccini, ora vicedirettore generale di Mps France, o Maurizio Cenni, vicedirettore vicario di Mps gestione crediti. Ma «senza lilleri non si lallera», con i soldi è finita anche la festa, e basta una passeggiata in centro per rendersene conto.
Via Pantaneto, la strada dei palazzi affrescati, delle stamperie, delle antiche farmacie, è diventata una piccola kasba di negozi dell’usato, lavanderie a gettone, ristoranti cinesi. L’emporio musicale di via Montanini, dove generazioni di senesi hanno comprato i loro strumenti, ha traslocato in periferia, il suo concorrente Olmi ha chiuso. Chiusa la libreria Ticci di piazza Indipendenza, chiuso il Palazzo delle Papesse centro di arte contemporanea, chiusa la galleria di via Cecco Angiolieri, chiusa la storica cartoleria Biccherna a un passo dalla sede del Monte, dove i commercianti paventano l’apertura di un sex shop. Via di Città, la strada degli antiquari, è diventata il suk del cuoio. Racconta Emilio Giannelli – nipote e pronipote di due presidenti del Monte, Emilio ed Enrico Falaschi, a sua volta capo dell’ufficio legale prima di iniziare la nuova vita di vignettista del Corriere – che sotto casa sua, in via della Sapienza, contrada del Drago, hanno chiuso il fruttivendolo, il lattaio, il macellaio. Perché Siena «era città di soggiorno ed è diventata città di passaggio», i turisti comprano il panforte da Nannini e ripartono, e anche qui cominciano a vedersi le insegne simbolo della crisi italiana: «Compro oro», «tutto a un euro», «pizza al taglio», «sala bingo».
In centro vivono oggi 12 mila senesi, meno che dopo la pestilenza. Eppure, come rivendica il sindaco Pd Franco Ceccuzzi – finalmente uno che non ha mai lavorato al Monte -, guardingo e preoccupato non meno di Mussari, questo resta il più bel borgo medievale d’Italia, e quindi del mondo. Lunedì scorso c’è stato uno stupro, subito fuori le mura, ed è stato vissuto come una ferita dall’intera città, paginate in cronaca per una settimana. L’università sarà in rosso ma ha superato i 20 mila iscritti e secondo il Censis ha la migliore facoltà di lettere d’Italia. La linea di pullman Sita ogni giorno porta da Firenze un buon numero di pendolari, tra cui clochard che vengono a mendicare in una città più ricca, come i senesi amano raccontare con lo stesso orgoglio con cui rievocano la vittoria di Montaperti («e lo stendardo dei fiorentini fu trascinato per le strade legato alla coda di un asino…»).
Il Medioevo si respira ancora, nella surreale discussione della contrada dell’Oca sul voto alle donne ma anche nello spirito di comunità, che resiste da quando le classi sociali vivevano e morivano spalla a spalla, all’ospedale di Santa Maria della Scala si affrescavano sulle volte le anime che salgono in cielo e si gettavano nel Carnaio i morti di peste, e le ossa ancora spuntano dalla terra. Il sacro e l’esoterico convivono da sempre, nel Duomo è intarsiato Ermete Trismegisto accanto alla Vergine, e nella cella di Santa Caterina l’allarme è ora disattivato perché di notte suonava sempre, forse per un fantasma. Al ristorante storico, da Guido, convivono i vip globali e le glorie locali, Mel Gibson e Adù Muzzi capo storico della Tartuca, Tyron Power e Luigi Bruschelli detto Trecciolino che vince a braccia levate il suo dodicesimo Palio.
La campagna incantevole che si vede dal Facciatone è la stessa affrescata da Lorenzetti come esempio di buon governo, le colline levigate, le vigne e gli ulivi, un paesaggio della mente. Nudi come nel Medioevo si presentano i tetti, si è già oltre la civiltà dell’antenna, l’intera città è cablata. E si comprende bene, quassù, come Siena sia figura dell’Italia intera, Paese corporativo e viziato, spaventato dai privilegi che sfumano e dalla ricchezza che evapora, ma straordinario non solo per cultura e bellezza ma per la tenuta sociale, per la solidarietà di fronte agli eventi estremi, alla morte, alla malattia, alla fragilità umana. I senesi amano raccontare anche di puerpere trascinate di peso nottetempo da una parte all’altra del Campo perché il nascituro non fosse dell’Oca o della Torre; ma quando muore il priore o il capitano dell’Oca, in chiesa al posto d’onore c’è la bandiera della Torre, e lo stesso accade tra Istrice e Lupa, tra Montone e Nicchio. Fino a qualche tempo fa, ai funerali c’era anche il Sello. Ora non lo si vede da tempo, e neppure Trombetta e il Diabolico. Ora, nel tragitto tra il Monte e il Campo, c’è un mendicante con la barba che a tutti spiega di non essere forestiero – «guarda che io so’ di Siena» –, e ogni euro che scuce corre a giocarselo al gratta e vinci.

30 gennaio 2012
Fonte: www.corriere.it
Gomme bucate, camionisti costretti a scioperare
di LUCIA PALMERINI
Striscia la Notizia lo documentava già nel 2007, nulla di nuovo quindi nelle immagini della puntata di oggi sul blocco “forzato” di molti camionisti che sono stati costretti da atti vandalici ad aderire alle proteste di loro colleghi. Ruote tranciate, valvole strappate, camion rigati e manomessi, danni notevoli per i malcapitati la cui unica intenzione era svolgere il loro lavoro proseguendo lungo l’autostrada senza fermarsi ai blocchi stradali.
Eppure anche questa volta nessuno ne parla, i telegiornali tacciono e l’unica fonte di informazione è proprio Striscia.
La polizia osserva impotente, i camionisti costretti a protestare sono fermi, ma soprattutto sono in silenzio per non subire ulteriori danni.
Ma chi si nasconderà mai dietro queste proteste incivili, fuorilegge, ingiuste e senza risultati? Magari qualcuno che vuole mostrare la sua forza in un messaggio in codice? Qualche organizzazione criminale? E per i cosiddetti forconi sarà la stessa cosa?
A pensar male si fa peccato ma ci si indovina sempre..
23 gennaio 2011




Da sempre sono appassionata di temi riguardanti l’economia e la politica ed attraverso questo blog spero di condividere idee ed opinioni con gli altri.
